SHARE

wen

L’ultimo mese è stato, per l’Arsenal, un periodo di poche luci e tantissime ombre. I Gunners sono passati dalla felicità per la conquista delle semifinali in FA Cup alla delusione per l’eliminazione in Champions League ad opera del Bayern Monaco; dalla convinzione che avrebbero lottato fino alla fine per la Premier, dopo il successo sul campo dell’odiatissimo Tottenham, al baratro di sei giorni dopo, quando il Chelsea di Mourinho ne spezza, con un fragorosissimo 6-0, le ambizioni di vittoria. L’ultimo mese dell’Arsenal è stato la sintesi perfetta della carriera di Wenger, arrivato proprio Sabato scorso a festeggiare le 1000 panchine con i londinesi: buone idee, tante speranze, qualche vittoria e la distruttiva sensazione di non riuscire mai a fare quell’ultimo, lunghissimo passo che avrebbe permesso essere consacrato nell’Olimpo dei grandi.

1000 PANCHINE Una fotografia non proprio elegantissima della carriera del professor Wenger era stata scattata da Josè Mourinho, nella conferenza stampa di presentazione di Chelsea- Arsenal. Sentitosi chiedere cosa pensasse del traguardo a cui era giunto l’alsaziano, Mou dichiarava di “apprezzare tanto lui quanto l’Arsenal, perchè non è possibile raggiungere le 1000 panchine se il tuo club non è un grandissimo club nel sostenere il suo manager, specialmente nei momenti bui, specialmente se ci sono stati tantissimi momenti bui“.
La storia del professore non è affatto così negativa come Mourinho declama, a proposito, due mesi fa lo aveva etichettato “specialista in fallimenti”. Wenger è stato infatti il primo allenatore non britannico a vincere la Premier League, nel 1998, alla sua prima stagione completa sulla panchina dei Gunners, ripetendosi poi nel 2001- 02 e 2003-04; proprio in quest’annata riesce, inoltre, nell’impresa di vincere il campionato senza mai subire una sconfitta, eguagliando il record del Preston North End del 1888- 1889, e facendo meritare all’Arsenal l’appellativo di “Invincibles“. Non male per un allenatore che prima di sedere sulla panchina dei Gunners allenava i Nagoya Grampus in Giappone ma che, per primo, rivoluzionò il calcio inglese, sia da un punto di vista tattico che, soprattutto, mettendo in discussione le abitudini alimentari, non proprio da professionisti, dei suoi giocatori. Preso il “boring boring Arsenal” nel 1996, Arsène mise subito in discussione la cattiva alimentazione caratteristica dei calciatori d’oltremanica; è lui stesso a raccontare che la cosa più ardua da fare, appena arrivato, fu convincere una squadra con un’età media di 30 anni che non potevano mangiare snack durante l’intervallo delle partite: “Alla fine del primo match” racconta Wenger “i giocatori intonarono un coro che diceva ‘ Rivogliamo i nostri Mars!“.
L’Arsenal di Arsène è diventato in pochi anni una squadra da rispettare, una squadra che, nelle sue migliori stagioni, schierava giocatori come Viera, Pires, Overmars, Anelka, Henry, Bergkamp. Vincitori di tre campionati, di quattro FA Cup, di un double nel 2001- 02, e sempre posizionato tra le migliori quattro d’Inghilterra a fine stagione, l’Arsenal di Arsène ha davvero fatto sperare i suoi tifosi che i Gunners potessero, un giorno, estendere il proprio dominio oltre le coste britanniche, vincendo un trofeo internazionale.

ESULE NELLA PERFIDA ALBIONE E invece l’ultimo passo, quello decisivo, non è mai stato compiuto. L’Arsenal di Arsène ci è andato vicino, a volte vicinissimo, come quando fu sconfitto in finale della Champions League 2005- 06 dal Barcellona di Ronaldinho; ha sfiorato la consacrazione con un dito, sempre rimanendo ad un piccolo, tremendissimo passo dalla gloria. La colpa, se un colpevole bisogna trovare, è anche di Arsène: sempre alla ricerca di ragazzini interessantissimi in giro per il mondo, non sempre è riuscito nell’impresa di costruire squadre attrezzate per il palcoscenico europeo. Patrice Evra sentenziò bene questa debolezza intrinseca dell’Arsenal nel post- partita della semifinale di ritorno di Champions del 2009 tra Gunners e Manchester United; dopo aver vinto all’Old Trafford per 1-0 i Red Devils sbancarono l’Emirates per 3-1. “Oggi c’erano 11 uomini contro 11 bambini. Non abbiamo mai dubitato di noi. Abbiamo molta più esperienza e questo ha fatto oggi la differenza“.
Da questo punto di vista, la maggiore debolezza del professor Wenger è stata forse l’aver guardato, in ottica mercato, quasi sempre al campionato francese, quasi si sentisse un esule lontano dalla sua nazione. E’ difficile giustificare in altro modo, se non per amor di patria, tanti “colpi” di mercato dell’alsaziano: da Giroud, portato all’Emirates per sostituire uno come Van Persie; a Koscielny, che prima di passare ai Gunners per 12, 5 milioni di euro, giocava al Lorient, non proprio l’élite del calcio transalpino; ai vari Pascal Cygan e Jeremy Aliadiere, mai stati pronti per il calcio che conta.

STAGIONE ATTTUALE La lunga storia dell’Arsenal di Arsène ci ricatapulta in questa sua diciassettesima stagione sulla panchina dei Gunners. E, legata oramai al suo destino di eterna incompiuta, la squadra del tecnico alsaziano ha mostrato forse il miglior calcio della Premier, oltre alle solite, consuete, fragilità. Basti pensare che, negli scontri fuori casa contro le dirette avversarie per la Premier, Chelsea, Liverpool e Manchester City, l’Arsenal ha incassato ben 17 goal realizzandone solo 4; ciò è ancora più preoccupante se si guarda alle reti incassate nei primi 17′ minuti di gioco: 1 contro il City, 3 contro il Liverpool, 3 contro il Chelsea. A dimostrare che ciò che manca alla squadra di Wenger è quella cosa che distingue i vincenti dagli eterni secondi: la cattiveria sportiva, la forza di saper superare i momenti difficili, quella che gli uruguagi chiamano la “garra“.

La storia dell’Arsenal di Arsène e delle sue 1000 panchine con i Gunners è stato tutto questo: la storia di una squadra che ha saputo emozionare, far cambiare il gioco del pallone in Inghilterra; la storia di una squadra che è arrivata all’ultimo metro prima del traguardo ma che, alla fine, non ha avuto mai la forza di varcarlo.

SHARE