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Ve li ricordate i ruggenti anni 90? Dai, quelli del grunge prima, del rap poi, delle soap americane con le camice “cartonate” di pessimo gusto. Erano gli anni della Serie A delle “7 sorelle”, dei presidenti “virtuosi” Cragnotti, Tanzi, Cecchi Gori; del mercato fatto a colpi di miliardi, però di lire, dei fenomeni come Ronaldo, Batistuta, Weah; dell’Italia sfortunata a livello mondiale, di Baggio che spara in curva a Pasadena. Era la Serie A che dettava legge in Europa, la Serie A delle squadre difficili da incrociare, in cui lottare per la retrocessione era praticamente inevitabile e non come adesso che sembra essere divenuto un problema quasi deontologico.

SERIE A ADESSO Il giocattolo si è rotto, non si sa quanto definitivamente, però è sfasciato, le nostre compagini risultano essere indietro dal punto di vista europeo, il gioco è mal espresso, contuso, quasi percosso e dilaniato dall’enorme tatticismo e difensivismo di cui siamo “portatori sani” da sempre. Poca competitività, escluse le solite note, che si rispecchia in una scarsa, forse scarsissima, spettacolarità con un calendario letteralmente reso “spezzatino” dalle potenti emittenti televisive ormai fin troppo dedite al voler “inchiodare alla poltrona” l’amante del Football. Mai come quest’anno si ha l’idea di una competizione che ha più ben poco da raccontare, inizialmente si pensava alla lotta Scudetto, poi la banda di Conte, vorace come non mai, ha allontanato gran parte dei dubbi; si era parlato di posti Champions League, poi la scarsa vena della Fiorentina ha delegittimato molti punti di vista. Adesso si ragiona di “bagarre” Europa League e si inizia a sentire l’odore di “lotta retrocessione”; del resto è questo quello che avanza di un campionato che verrà ricordato negli annali come l’esempio dell’ennesimo passo sbagliato della nostra federazione a partire dalla riforma della massima serie del nostro paese a 20 squadre operata nel 2004, dopo circa 52 anni che si giocava a 18.

SERIE A, 18 O 20 SQUADRE? Direte voi, ma cosa ci frega se ci sono 18 o 20 squadre in Serie A? Frega, eccome se frega. Partiamo dal basso, dicendo che come prima cosa, nel caso di un ritorno a 18 ci sarebbero una piccola fetta di diritti tv in più per tutte le squadre, per non parlare poi del fatto che le nostre big vedrebbero i propri incontri diminuire e si sentirebbero meno “oppresse” da un calendario che, effettivamente, non le salvaguardia, o se ci prova, si può dire che lo faccia in maniera poco congrua. Il concetto sembra essere “un pochino meno, ma meglio”, del resto l’idea di aumentare il numero di partite a favore di uno stravolgimento del calendario assomiglia pericolosamente alla storia della “capra e cavoli”, ovvero per salvare la quantità ci rimettiamo la qualità. Ne è un esempio eclatante la lotta per la retrocessione, che vede ormai protagoniste delle compagini che fino a pochi anni fa difficilmente avrebbero militato nella nostra massima serie; ripercorriamo allora il cammino degli ultimi due campionati:

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Nel 2011/12 e nel 2012/13 si può notare facilmente come le ultime due retrocesse abbiano collezionato la bellezza di, almeno, 20 sconfitte, ovvero più di un girone intero, si può praticamente dire che queste squadre hanno perso contro tutte le altre, escludendo ovviamente lo scontro diretto tra di loro, legittimando quindi il loro “declassamento”. Bene, diamo uno sguardo alla classifica attuale, strizzando l’occhio alle ultime posizioni e ci accorgeremo che sia Sassuolo che Catania hanno già raggiunto la fatidica soglia delle 20 sconfitte “pro capite”, che vale la retrocessione.  Il Livorno, terz’ultimo, ha una sconfitta in meno ed è pericolosamente vicino al baratro, mentre Chievo e Bologna volano ad un paio di punti di distanza dallo “sbarramento”. Anche qui i giochi sono molto ristretti, il che ci lascia pensare, a come sarebbe una Serie A in cui la retrocessione, non solo non è decisa, ma non è nemmeno ristretta a poche squadre?

SERIE A E RETROCESSIONE Negli anni 90′ era difficile lottare per non retrocedere, bisognava fare i cosiddetti “salti mortali”, e non era detto che alla fine si riusciva nell’impresa di salvarsi. Adesso invece si va quasi per esclusione, fateci caso, in televisione, o nei “salotti buoni”, si fa sempre così quando si deve ipotizzare chi potrebbe retrocedere, si ragiona per assurdo, ovvero come se uno o due posti fossero pre-assegnati a delle “vittime sacrificali”. Quest’anno doveva essere il Sassuolo e il Livorno, ed entrambe, stranamente, sono lì, gli anni passati si diceva la stessa cosa del Pescara o del Novara, e abbiamo visto come è andata a finire. Che sia una casualità? Magari ormai conosciamo un pò l’andazzo della Serie A e sappiamo bene cosa ci vuole per rimanerci, figuriamoci allora se ad averlo capito non sono le stesse compagini della massima Serie italiana. Ecco allora possiamo chiederci, c’è veramente competizione per non retrocedere? Quante squadre si sentono a rischio sensibile e quante no? Sono di più o di meno rispetto agli anni passati? E questo tipo di problema come si rispecchia sulla competitività del nostro campionato? Tutte domande che la stessa Federazione dovrebbe vagliare, anche perchè la lotta per non “retrocedere”, seppur bistrattata dagli amanti delle prime posizioni, era, negli stessi anni 90′, il motore di un sistema calcio che “forgiava” i grandi team contro compagini di provincia ostiche che non disdegnavano il ruolo, a differenza di molte formazioni di “transfughi” di “diversamente retrocessi” che, una volta finito il campionato, risultano essere sempre più simili ai loro parenti diretti.

“Voglio tornare negli anni novanta le disco in bolla e la gente che salta con il petrolio a 0,90 la tipa a novanta e la musica dance”