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Mourinho, entra Schurrle e segna, entra Demba Ba e segna, questo come si chiama?” “…Culo?“: signore e signori ecco Josè Mourinho, il vate di Setubal, quella figura che manca al calcio, e ai giornalisti, italiani. L’impresa era di quelle difficili al limite del proibitivo: il Chelsea, una squadra capace di difendersi ma in difficoltà a trovare la rete, che si trova a dover ribaltare la sconfitta per 3-1 contro due specialisti del contropiede di mazzarriana memoria quali Lavezzi e Cavani, due di cui si ricorda tutto lo stivale, da nord a sud. Il 2-0 era praticamente l’unico risultato utile e i ragazzi di Mourinho ci sono riusciti grazie alla scelta di David Luiz playmaker (si, proprio lui, il pasticcione, il poco bello da vedere David Luiz), al cinismo degli attaccanti e alla scarsa vena di Cavani, che un po’ sulla coscienza l’eliminazione del PSG ce l’ha.

COME SEMPRE SPECIALE E dire che appena sette giorni fa il portoghese veniva scherzato al Parco dei Principi, preso in giro da un pubblico che da troppo tempo non vive grandi gioie calcistiche, dove lui stesso dichiarava che il terzo gol preso è stato “ridicolo“. A sorprendere è stata la convinzione con cui lo Special One si è presentato nel prepartita, quella tracotante fiducia in se stessi di chi può permettersi di dire che ce la farà nonostante le condizioni avverse. Sicuramente nella partita di ieri il “culo” ha avuto la sua parte e ha valorizzato, oltre al pupillo Schurrle, quel Demba Ba ai margini della squadra che ricorda un po’ il Pandev acquistato a gennaio l’anno del triplete interista, ma ridurre un’intera carriera alla fortuna è una visione troppo semplicistica per essere vera.

Troppo semplicistica per uno che ha vinto una Champions League col Porto, ha dato una dimensione internazionale al Chelsea, una mentalità vincente ed europea all’Inter e ha dovuto cedere il passo solamente alla squadra più forte di tutti i tempi ai tempi del Real Madrid.

IL CERCHIO DELLA VITA Già, ha dato una dimensione internazionale al Chelsea. I blues, inutile ricordarlo, erano ben poca cosa fino all’arrivo del magnate russo Roman Abramovich: tuttavia, anche dopo il suo arrivo, ci sono stati anni di purgatorio, anni in cui la squadra non rispondeva agli investimenti fatti a causa di mancanza di mentalità, anni in cui il Chelsea era costretto a fermare prima il suo cammino a livello internazionale più a causa di inesperienza, di compattezza della squadra, che per reale mancanza di mezzi tecnici.

Sono serviti anni e l’innesto di tecnici dal grande carisma e dalla mentalità vincente come Mourinho ed Ancelotti per infondere nella squadra la mentalità vincente, quella mentalità che al momento manca al PSG più dei giocatori di caratura internazionale. Come si saranno accorti Nasser Al Khelaifi e la Qatar Investment Authority il calcio non è una scienza esatta, non basta spendere per vincere: non basta comprare Ibrahimovic, Cavani, Lavezzi, Lucas e Thiago Silva, servono anni per costruire una squadra di calcio. Una squadra di calcio è unità d’intenti, è remare tutti nella stessa direzione, è andare in campo per vincere e non per specchiarsi, è pensare al lato sportivo che a quello monetario: questo, al PSG, è ancora una lontana chimera, un obiettivo che potrà essere perseguito nei prossimi anni se ci sarà continuità.

Basta pensare al ciclo Barcellona, cominciato nel 2006 grazie alla mentalità canterana e proseguito con i dettami di Guardiola, o a quello dell’Inter, arrivato all’apice con Mourinho ma costruito a suo tempo da Mancini attorno a giocatori come Cambiasso, Zanetti, Maicon e Samuel. Al PSG stiano tranquilli, è il cerchio della vita calcistico: adesso sono loro il Chelsea di qualche anno fa…