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Non riteniamo servano preamboli particolari, numeri o statistiche per introdurre la figura di Paul Gascoigne. Tutti noi abbiamo riconosciuto le qualità di questo prodigio del football, e nessun uomo sano di mente potrebbe mai dubitare di esse. E’ difficile provare a parlare di lui, non si sa da dove iniziare. E’ per questo che accantoneremo il modus operandi delle scorse puntate. Gascoigne è una magnifica eccezione, e dobbiamo adeguarci.

Centrocampista offensivo con ottima predisposizione al dribbling, regista e finalizzatore di azioni esaltanti. Al contempo, un fisico da lottatore e un agonismo fuori dal comune. Le due facce della medaglia che componevano il Gascoigne calciatore e che, probabilmente, in qualsiasi altro giocatore non si sarebbero potute amalgamare. 110 reti totali in 481 presenze e 8 competizioni vinte: numeri massicci per un centrocampista. Il suo è un ricordo indelebile, per qualsiasi squadra in cui abbia giocato: Tottenham, Newcastle, Lazio, Everton, la nazionale Inglese e via dicendo, nessuno rimpiangerà un solo secondo di averlo accolto nella sua famiglia sportiva. Si è vissuto dei suoi gesti, le sue linguacce, le battute, gli scherzi, l’allegria, la gioia, l’irriverenza, il Genio. Cos’altro era il Gazza calciatore se non un evento straordinario, la Cometa di Halley, la Stella Polare, l’Aurora Boreale. Sul terreno di gioco, la luce di Gascoigne non si spegneva mai. Nel posto giusto al momento giusto, col piede giusto. Lettura dell’azione fenomenale, quasi come se un senso ESP lo portasse a prevedere la giocata. Tutto ciò che ne seguiva era magia. Volevi solo vederlo giocare. Il resto potevi semplicemente ignorarlo. Non c’era altro quando c’era Gascoigne. Gli infortuni e i vizi che poi sarebbero diventati dipendenze gli impediscono di ascendere al suo Destino: quello di diventare il più bravo, il craque, il prescelto. La vita sregolata se l’è portato via, ma il talento c’era. C’era eccome. Un talento scintillante, da vendere l’anima al Diavolo. Forse è proprio questo che ha fatto Gascoigne, per meritarsi una vita tanto caotica, sofferente e disordinata.

Il calcio era la vita vera di Paul Gascoigne. Può sembrare la più banale delle frasi fatte, ma mai come in questa occasione sentiamo di aver ragione. Come tutte le cose belle che prima o poi finiscono, anche la carriera di Gazza giunge alla conclusione nel 2004. Già prima, c’erano stati segni di cedimento, piccole paure passeggere. Degli avvertimenti, per rendersi conto di quanto sarebbe stato duro il futuro. Fu lo stesso Gascoigne a capirlo, tastarlo, prevederlo: “Ho sempre vissuto solo per il calcio e quando ho smesso, mi alzavo la mattina e mi chiedevo: e ora cosa diavolo faccio?“. Come un leone che dall’immensa Savana viene portato di forza in una gabbia circense, anche Paul Gascoigne non poteva che crollare sotto i colpi di una vita fraintesa, assente, diversa e non bastante. Non c’era più l’abbraccio dei tifosi o l’adrenalina del gol, svaniscono le critiche, i complimenti, le parole al vento e tutto ciò che fa parte del Grande Gioco. E’ tutto finito e non si può tornare indietro. La gioia abbandona Gascoigne e lascia il posto a disperazione, paura e tristezza. Dopo il ritiro, le cronache di un Gascoigne in preda all’alcolismo e a comportamenti lesivi si sprecano. Si inizia a dubitare anche della sua sanità mentale. Un ricovero a destra e uno a manca, la depressione, l’alcool a fiumi, lo sperperamento di un intero patrimonio, gli arresti, un tentativo di suicidio. In mezzo, le innumerevoli promesse di guarigione non mantenute di chi prova a ragionare pur essendo ormai annebbiato, obnubilato e corrotto dai demoni pressanti e maligni. Un idolo è caduto. Infiniti i punti bassi toccati da un uomo che aveva ai suoi piedi il calcio intero è che poi è stato messo in ginocchio da un’entrata a gamba tesa del Destino, infortunato e dolorante per troppo tempo. Tanto prezioso e decisivo in campo quanto fragile e insicuro nel quotidiano, Gascoigne ha provato a rimettersi in piedi. Ogni tanto, con costrutto, ci riesce. Spesso è di nuovo crollato. Ma noi abbiamo bisogno che si rialzi ancora. Non si può vivere senza sapere che Paul Gascoigne sta bene. Un grande controsenso rendersi conto che negli ultimi anni la “bontà” nella vita di Gascoigne ha dato ben pochi segnali di presenza. Ma forse, è proprio questo che ci autorizza a credere che Gazza ce la farà.

Dopo tante botte più che debilitanti, Paul Gascoigne ci sta provando davvero a vincere il match. E’ un grande incassatore. A quanto pare è sobrio da un bel po’. “Non voglio fare la fine di Best”, disse mesi fa. Non si può non voler bene a Paul Gascoigne. E’ come il tuo migliore amico, il più cazzaro, indisponente e bastardo che tu possa mai avere. Ti farà incazzare, ma sai che il suo cuore è puro. Il cuore di Gascoigne lo è, così come cristallino e brillante è stato il suo talento nel rettangolo verde di gioco. Dietro le smorfie e le burle, Gazza nascondeva il terrore di tutto ciò che abbiamo paura di essere: inadeguati. Paul Gascoigne può aver dato l’impressione di essere una persona negativa, sbagliata. Forse però non era altro che accettazione, comprensione, amore ciò che Gazza ha chiesto e poco ottenuto. Il talento è un crudele amante, un peso a tratti eccessivo, a volte una condanna: il saper fare troppo bene il suo “lavoro” ha forse affossato l’inglese nella sua esistenza extracalcistica, così vuota di stimoli e significati senza una sfera da calciare. O forse, semplicemente, può aver inciso una problematica ed oscura infanzia. Non crediamo di possedere la presuzione di saperlo. Ciò che invece sappiamo e ha maturato credibilità dentro di noi, e ci mettiamo la mano sul fuoco, è che Gascoigne ogni volta che toccava il pallone o attraversava la linea di centrocampo provava un brivido lungo la schiena, e lo sfiorava un sorriso: si dimenticava di tutto il resto, se lo lasciava alle spalle.

Una volta un insegnante gli disse che “uno su mille riesce a fare il calciatore”. Gazza rispose: “Io sono quell’uno”. Ed ebbe ragione. La battaglia di Paul Gascoigne contro la dipendenza dall’alcolismo è dura e spossante. Sembra lontana dal voler terminare, ma appaiono lontani anche i tempi più bui e vergognosi. Paul Gascoigne è sempre stato Peter Pan, l’eterno ragazzino che non voleva crescere. Forse però, anche uno come lui ha capito che per sopravvivere in un mondo così bisogna diventare finalmente uomini e portare il peso di quella che, ammettiamolo, è una vera seccatura. Vorremmo avere la stessa spensieratezza che Gazza ha avuto dentro e fuori dal campo, la faccia tosta di prendere la vita come un gioco e non subirla passivamente, ma anche la forza di trovare la libertà per svincolarsi da scelte, obblighi, negatività e malesseri, senza però cercare vanamente di sconfiggerle con una bottiglia di gin. Forse proprio questo è mancato, fino ad ora, a Paul Gascoigne. La bottiglia però si può rompere. Gazza non è più un ragazzino e non sarà giovane per sempre, ma può cercare un altro volo verso l’Isola Che Non C’è. A patto che lo faccia con il suo appassionato sorriso, ovvio. Così, aspettiamo tutti Gazza, per giocare insieme a lui e vincere la vecchiaia. O, al limite, lo ammireremo con stupore quando ci abbraccerà caldamente con le sue doti estrose, le goliardie, i trucchi e le esplosioni di classe. Il passato sarà solo un brutto ricordo. Perché, a dispetto di quanto si pensi, se Paul Gascoigne ci ha insegnato qualcosa è che si può diventare grandi pur restando un po’ bambini.

 

“Qualunque cosa faccia nella vita deve essere divertente: se non lo è, vuol dire che ho fallito.”   Paul Gascoigne

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