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Spesso, quando leggiamo i giornali o ascoltiamo una telecronaca, sentiamo parlare di “lavoro oscuro” fatto da un calciatore. Una presenza che si vede poco, ma che nell’economia di una partita conta tantissimo. Tutti, quando pensiamo ad una grande squadra che ha vinto tanto, ci ricordiamo del numero, della giocata ad effetto, del colpo che lascia a bocca aperta. A distanza di anni, delle squadre vincenti ci ricordiamo dei Del Piero, dei Totti, dei Maradona, ci ricordiamo di Messi, Cristiano Ronaldo, del fenomeno Ronaldo e dello strapotere fisico di Weah.

Ma il calcio si gioca in 11, e ogni campione ha sempre avuto bisogno di altri 10 compagni affiatati, di chi compensa la mancanza di mezzi tecnici con un cuore grande così, che recupera il pallone e serve la stella, sperando in un numero che vale un trofeo. Questo è il gregario, l’uomo silenzioso che da tutto senza chiedere niente, che lotta con la fierezza di un gladiatore e scarica il pallone con l’umiltà di un operaio. Gregario, dal latino, è “chi sta in mezzo al gregge”, ma questo non lo sminuisce: un pastore, senza il suo gregge, sarebbe un uomo solo in mezzo al nulla. 

Picchia Sebino“, questo il coro che gli dedicavano i tifosi nella Roma negli anni ’80. Questa la storia di Sebastiano Nela, per tutti gli intenditori di calcio Sebino, una vita da centrocampista e terzino nella Roma di Falcao e Di Bartolomei. Sebino, mezzo ligure e mezzo sardo, ha cominciato nelle fila della sua squadra del cuore, il Genoa, prendendo 350.000 lire per ogni punto ottenuto in campionato: incantata dalle sue prestazioni in rossoblu rimase la Roma di Dino Viola, una delle più belle squadre nella storia dello stivale. Mai si sarebbe immaginato che avrebbe vinto lo Scudetto con la Roma proprio a Marassi, nella sua Genova.

LA GRANDE ROMA DI LIEDHOLM Portato in giallorosso da ventenne dopo aver giocato per tutta la carriera nel ruolo di centrocampista, mancino di piede, viene dirottato a fare il terzino destro da Liedholm: lui non gradisce ma ingoia il rospo e risponde sempre con grandissima professionalità. Storica la frase dell’allenatore che, interpellato da un giornalista sul non gradimento del ruolo da parte di Nela, ha risposto con grandissima flemma: “Sebo è un grandissimo giocatore, può giocare a destra, sinistra, centro, ovunque: può andare anche in tribuna“. L’adattamento non è facile e prendere confidenza con un piede non suo richiede tempo, ma col passare dei mesi Sebino diviene un’icona nella capitale, guadagnandosi il famoso coro per la sua abnegazione in campo che ne fa uno degli idoli del tifo giallorosso.

Michel Platini of Juventus and Sebastiano Nela of Roma AS
Nela morde le caviglie a Platini: una delle immagini simbolo dello Scudetto giallorosso

L’anno successivo la Roma vende il terzino sinistro Marangon ma ne prende un altro, Aldo Maldera: Nela viene confermato terzino destro. Il ruolo non è di suo gradimento, ma le sensazioni uniche: la Roma vince il secondo Scudetto della sua storia con i gol di Pruzzo, le parate di Tancredi, la regia di Di Bartolomei e, ça va sans dire, le botte di Sebino Nela.

GRANDI GIOIE E GRANDI DELUSIONI Non solo ascesa e gioie, la carriera di Nela è stata anche difficile e non povera di delusioni: dalla mancata rimonta alla Juventus, la grandissima avversaria di quel periodo con una Lazio persa nei flutti della Serie B, sotto la guida di Eriksson nel 1986 alla finale di Coppa Campioni persa contro il Liverpool fino al brutto infortunio e alle incomprensioni con Boskov, che sono state uno dei motivi del suo addio alla Roma nel 1992. Il 10 maggio 1987 infatti Sebino, durante una partita persa 3-0 contro la Sampdoria (proprio contro i “suoi” rivali cittadini), si fa male al ginocchio: rottura del legamento crociato, che vuol dire 12 mesi esatti di stop e la perdita del posto in Nazionale come erede di Cabrini. La conclusione della sua carriera sarà a Napoli, in una città in cui scoprirà “il calore dei tifosi e di una città bellissima“; purtroppo il rapporto con Marcello Lippi, allenatore dei partenopei, non è dei più idilliaci.

UN GRANDE LOTTATORE La caratteristica migliore di Hulk, come lo chiamavano i tifosi della Roma, è sicuramente l’abnegazione, quella voglia di lottare contro tutto e tutti, nel calcio come nella vita: prima contro l’attacco di cuore che l’ha costretto a fare i test di idoneità agonistica ogni anno, poi il tumore che l’ha colpito al colon, operato nel 2012, dal quale si è completamente ristabilito.

A lui Antonello Venditti, celebre cantautore tifoso della Roma, ha dedicato la canzone “Correndo correndo“, scritta nel 1987 quando il giocatore era infortunato al crociato:

Episodi Precedenti: 

Romeo Benetti – Gabriele Oriali – Gennaro Gattuso – Antonio Conte – Damiano Tommasi – Salvatore Bagni – Paul Scholes – Marcelo Zalayeta – Dino Baggio

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