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xavi iniesta

Quante volte vi è capitato di affrontare un argomento calcistico e trovare davanti a voi qualcuno che la pensasse all’opposto? Come se un calciatore avesse due personalità distinte, da una parte fenomeno, dall’altra bidone. Anche nella redazione di MaiDireCalcio accade ciò e così un po’ per diletto un po’ per conoscere le idee dei nostri utenti abbiamo deciso di lanciare la rubrica “Dr Jekyll e Mr Hyde”, uno spazio a quattro mani dove si analizzerà l’argomento principe degli ultimi giorni e si cercherà di valutarne i pro e i contro, il buono e il cattivo, lo yin e lo yang, il giusto o lo sbagliato, il bello o il brutto, insomma un’analisi a 360 gradi. Per questo appuntamento l’oggetto di discussione è il tiqui taca, il sistema di gioco che ha incantato le platee di tutta Europa negli ultimi anni. E’ davvero bello come sembra? Voi da che parte state?

Scrivere in difesa del tiqui taca oggi può sembrare impresa ardua. Nei giorni successivi alla disfatta del Barcelona, che è stata massima espressione della filosofia di gioco più chiacchierata del decennio, sembra tutto finito: non solo la stagione dei blaugrana, ma anche l’epopea del tiqui taca. Sembra quindi che i detrattori di questo gioco abbiano vinto, il contropiede all’italiana batte il possesso palla alla spagnola.  Tanto per cominciare c’è da dire che il Barcelona visto nella finale di Copa del Rey contro il Real Madrid  non è nemmeno paragonabile alla squadra dei sogni che tutto il mondo ha osservato fino a pochi mesi fa: sia per assenze di organico (Valdes, Puyol e Pique non sono facilmente sostituibili), sia per la poca “contundenza” di chi ci aveva abituato a imbucate a ripetizione, sia per problemi strutturali del Barcelona di Martino (Messi soffre Neymar?).

Tuttavia il tiqui taca non è solo Barcelona, anche se molto viene da lì. Pensiamo a Pep Guardiola, attualmente mister del Bayern Monaco che lo scorso anno ha sbaragliato tutti vincendo Campionato, Champions League e Coppa di Germania. “Si dovrà adattare“, dicevano. “Non può imporre il tiqui taca ad una squadra di vincenti“, dicevano. Qualificato alle semifinali di Champions la settimana scorsa, il 25 marzo scorso il Bayern si è affermato campione di Germania con 7 giornate di anticipo e con delle statistiche che ci ricordano gli anni barcelonisti di Guardiola. Possesso palla schiacciante, dominazione territoriale notevole, passaggi effettuati (e riusciti) due o tre volte superiori all’avversario; ma soprattutto vittorie su vittorie ottenute per tanti gol a zero. Qualcuno (Nils Liedholm, non uno qualunque) in passato diceva che la miglior tecnica difensiva è tener palla, e tenerla lontano dalla propria porta, nella metà campo avversaria, di certo aiuta. L’organizzazione di squadra, oltre alla qualità individuale dei calciatori, per mantenere ritmi e concentrazione altissimi per i 90 minuti, deve essere perfettamente oleata.

La somma di queste peculiarità risultano antipatiche e poco digeribili ad una fetta di osservatori: la noiosità è l’accusa più spesso mossa alle squadre che attuano un tiqui taca esemplare. “Molto più divertente il catenaccio e le ripartenze veloci!“. Sarà questione di gusti e preferenze individuali, ma vedere la palla tra i piedi dei proprio giocatori per due, tre minuti consecutivi, senza far mai uscire gli avversari dalla propria metà campo, per poi concludere in porta, non sembra essere poi così noioso.

Dr Jekyll, Luca Masi

 “Il tiqui taca è ripetitivo, di una noia mortale“: avete mai provato a seminare il panico in una discussione calcistica con un’affermazione del genere? Quel calcio Made in España che ha spopolato (e continua a spopolare in quel della Baviera) è divenuto l’icona di inizio millennio, il sistema perfetto: se sentite qualcuno dire che il tiqui taca non è efficace, che non funziona, che non è vincente, fuggite veloce. Probabilmente è un pazzo e sta per uccidervi. Il tiqui taca è il trionfo della statistica e della matematica, è un sistema che cerca di crittografare il calcio riducendolo ad una questione di numeri: è il calcio per tutti, anche chi non ha mai visto una partita può capire che funziona, che il dominio fatto vedere dal Barcellona negli ultimi anni e dal Bayern più di recente è forte e vincente. E’ un calcio bellissimo se fai il tifo per la squadra che lo pratica, perché vincere è sempre bello: è altresì una noia mortale per un osservatore esterno, costretto a sorbirsi l’imbarazzante possesso palla orizzontale in attesa dell’imbucata giusta, costretto a vedere che i giocatori che “giocano” sono 11 e non 22 come in una normale partita di calcio.

Sicuramente non è altro che una questione di gusti e preferenze individuali: pensare che una ripartenza che con tre tocchi manda un attaccante in porta sia solo “culo” non è altro che una favola. E’ innegabile che il contropiede, il lancio lungo, il senso di rottura dell’assedio rilascino un’adrenalina tutta particolare, veder partire quel cross alla ricerca dell’attaccante che più che un assist è una preghiera ha sicuramente un altro fascino rispetto a un possesso palla orizzontale orientato alla ricerca dell’imbucata: vedere quei centrocampisti tutti tecnica e intelligenza che masturbano il pallone può essere divertente le prime due-tre volte, poi subentrano gli sbadigli. A meno che tu sia tifoso dei suddetti piccoletti, ça va sans dire.

E’ stato molto più appagante, da osservatore neutrale, vedere il pressing indemoniato dell’Atletico Madrid di Simeone o le triangolazioni fulminanti del Borussia Dortmund del mago Klopp, la voglia di mangiare l’erba della prima Juventus di Conte e l’abnegazione dell’Inter di Mourinho rispetto al calcio tutto sorrisi made in Barcelona sfoderato da Messi e compagni negli ultimi cinque anni, rispetto alla tracotante superiorità della Spagna campione di tutto, rispetto a quell’egemonia teutonica mostrata dal Bayern in questa stagione. Qualcuno potrebbe accusare di “rosicare” semplicemente perché il tiqui taca “logora chi non ce l’ha“, ma noi abbiamo la coscienza a posto: su di noi quei passaggini non attecchiscono…

Mr Hyde, Andrea Martelli