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taranto

Sulle orme di quanto accade già da anni all’estero, da qualche tempo anche nel nostro tanto vituperato calcio i tifosi stanno acquisendo un ruolo sempre più rilevante all’interno delle società. I tanti, troppi, fallimenti che si sono succeduti in Lega Pro e nelle categoria minori nell’ultimo decennio hanno indotto molte associazioni composte da tifosi ad acquisire quote societarie, cercando di riproporre anche nel nostro paese il vincente modello tedesco, spagnolo e inglese.

Il caso più eclatante è quello del Taranto, gloriosa società ionica con 32 campionati di B alle spalle. Dopo il fallimento della società nel 2012 i tifosi hanno preso in mano la situazione, ritrovandosi prima in rete e poi dal vivo, dando così vita alla Fondazione Taras grazie ad una sottoscrizione di 1000 euro firmata da ciascuno dei 32 soci originari. La società in pochissimo tempo ha raggiunto quota 500 soci e la scorsa estate ha avuto la possibilità di iscriversi in serie D grazie al Lodo Petrucci. Nella società rossoblu i tifosi si occupano di tutto, dal reclutamento degli steward alla nomina dell’organo di vigilanza che controlla lo stato di salute della società, ma il vero fiore all’occhiello è il controllo del settore giovanile. I risultati della prima squadra (e soprattutto delle compagini giovanili) sembrano premiare questo nuovo modello, con la prima squadra allenata da Papagni che ad una giornata dal termine è al secondo posto in classifica. Dopo il pareggio di ieri a Marcianise la promozione diretta sembra compromessa, ma ai play-off quella ionica si presenta come una delle migliori squadre dell’intera categoria, sospinta da un pubblico tornato in massa allo “Iacovone”.

Un’altra società dal passato glorioso e che vede i tifosi “dietro la scrivania” è l’Ancona, in cui i supporters detengono il 2% delle quote. Due settimane fa, dopo un campionato travolgente, i biancorossi hanno matematicamente vinto il girone F della serie D, tornando in Lega Pro per la prima volta dopo il fallimento del 2010. Anche altre due piazze storicamente fra le più passionali d’Italia, San Benedetto del Tronto e Campobasso, se la ridono. In seguito ai rispettivi fallimenti societari della scorsa estate, entrambe le tifoserie si sono rimboccate le maniche dando vita alle associazioni “Noi Samb” e “Noi siamo il Campobasso” e, con l’aiuto di alcuni imprenditori locali, hanno acquistato i titoli societari iscrivendosi in Eccellenza. Sia i marchigiani che i molisani hanno vinto il campionato con largo anticipo e si affronteranno il prossimo anno in Serie D. I lupi, in particolare, sono riusciti nell’impresa di centrare un fantastico triplete, riuscendo ad assicurarsi anche la Coppa Italia regionale e, soprattutto, quella nazionale. 

Altre società caratterizzate da una forte partecipazione attiva dei tifosi sono la Lucchese, i cui sostenitori hanno in cura il museo della squadra, il Piacenza, dove i tifosi si sono comprati il marchio della società dopo il fallimento, l’Arezzo (prima società italiana con una quota azionaria di proprietà del comitato creato dai tifosi, Orgoglio Amaranto) e il Rimini che hanno almeno un rappresentante del tifo nel cda. Associazioni il cui scopo è l’azionariato popolare stanno spuntando come funghi in tutt’Italia: da Savona a Barletta, passando per Ascoli, Cava de’ Tirreni, Mantova, Prato, Alessandria e Nocera. Il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio e i risultati parlano chiaro: la cooperazione fra i tifosi può rilanciare il nostro malandato sistema calcistico.

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