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Guardiola bayern

Da genio a bluff. Da migliore al mondo ad allenatore mediocre. Quanto è difficile essere Pep Guardiola. Nel giro di un mese l’ex Barcellona si è trasformato da deus ex machina a mister sfigato, cocciuto, ossessivamente lezioso e folle innamorato del tiki-taka, una tattica che per tanti è ormai abusata e fuori moda. Sembra strano sentire e leggere ciò per chi ha vinto così tanto nella sua pur breve carriera, eppure il maggior responsabile della pesante sconfitta di ieri e della relativa eliminazione dalla Champions League del Bayern Monaco sembra essere solo ed esclusivamente l’allenatore catalano. Fine di un’epoca? Fine del tiki taka e della favola di Pep? Prima di celebrare il requiem è giusto però chiarire qualche punto cruciale.

Già a marzo il Bayern Monaco ha vinto matematicamente la Bundesliga mostrando partita dopo partita di essere un meccanismo devastante. Scambi stretti, verticalizzazioni, supremazia fisica e tattica. Guardiola è riuscito in pochi mesi e alla sua prima stagione in Baviera a portare un’evoluzione del suo caro tiki taka anche in Germania, stravolgendo tutto e ricostruendo una squadra che già aveva vinto tutto. Una sfida, un azzardo che poteva costare caro ma che dopo tutto ha portato il Bayern in semifinale di Champions League, e da favorita. Ma a fronte di una vittoria così plateale c’è il paradosso che si palesa. Vincere così, in maniera netta e schiacciante, è stato forse un freno al progetto, una supremazia tale da distrarre i giocatori, ritenerli appagati, sazi e troppo sicuri di sé. Atteggiamento che in Champions si può pagare caro.

Accanto ad esso il calo fisico che ha accompagnato questo mese di partite senza valore. La squadra è apparsa stanca, forse influenzata da un richiamo atletico in vista dei Mondiali, altro appuntamento che buona parte della rosa dovrà affrontare con le rispettive Nazionali. Un ritorno sulla Terra evidente che ha messo in difficoltà lo stesso Guardiola avendo come prerogativa della sua filosofia il recupero palla immediato per poi comandare e condurre il gioco a proprio piacimento. E invece ieri i ritmi erano bassi, bassissimi sia in costruzione che in fase di ricerca della sfera. La forza del Barcelona era il recuperare velocemente palla con un pressing asfissiante e per fare ciò devi essere accompagnato da una condizione fisica eccellente. Elemento mancato anche nella partita d’andata dove il Real Madrid aveva sfruttato con le sue bocche di fuoco le difficoltà di Schweinsteiger e compagni.

Ancelotti, che qualche partita l’ha giocata e allenata, ha sfruttato a dovere la situazione e così la sua squadra con spirito di sacrificio, pressing e velocità ha messo in ginocchio la corazzata bavarese. Non ha ucciso Pep, non ha ucciso il Bayern Monaco, ha solo trovato il grimaldello giusto per aprire la serratura. Senza dimenticare gli episodi che alla fine sono ciò che decidono un match.

Già sotto di un gol, il Bayern si è ritrovato ad inseguire dopo pochi minuti per aver subito due gol su palla inattiva, sintomo di poca lucidità e attenzione. Serve altro per salvare il soldato Pep? Non crediamo sia la fine di Guardiola, anzi. Dagli errori nascono le imprese. Mourinho ha subito una Manita nella sua carriera, lo stesso Ancelotti ha perso una finale di Champions da 3-0, Ferguson è stato eliminato nel 1994 dai preliminari di Champions. Errori possibili, incidenti di percorso che ogni singolo allenatore, anche il più esperto e navigato, ha vissuto sulla propria pelle e dalla quale ha appreso una lezione importante.

Dalla partita di ieri ne scaturisce un messaggio chiaro: nessun allenatore è perfetto (nonostante ciò che dicano i cultori di Mou), nessuna squadra è perfetta, nessun meccanismo di gioco è eterno. Chiedetelo al Barcelona che dopo la partenza di Guardiola fatica a ritornare sul tetto d’Europa e del Mondo e che sfoggia un tiki-taka appannato, grigio, inconsistente.

Bayern Monaco-Real Madrid è stata la sfida tra due grandi allenatori ed onore ad Ancelotti che ha letto perfettamente i 180 minuti ed ha approfittato dagli evidenti problemi del Bayern. Una lezione che, siamo sicuri, Pep non dimenticherà. 

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