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Il campionato è finito, miracolo. Del resto dopo ben 38 giornate, di cui una buon parte dominate dalla “noia” dilagante dato dallo strapotere delle prime quattro della classe che non cambieranno mai la loro posizione negli ultimi 5 mesi di competizione, si può anche iniziare a guardare alla prossima stagione, in particolare a pensare di migliorare, qualora ci fossero fondi e volontà, o di rivoluzionare, laddove si deve cambiare tutto o quasi. Ecco allora che la stagione non può non iniziare con il consueto “balletto” del calciomercato, il tutto con la variabile impazzita del Mondiale che finirà per “pompare” a dismisura i cartellini e, al tempo stesso, ne prosciugherà altri in altrettante maniera.

LA BORSA MONDIALE Ecco, il prossimo dodici giugno saliremo tutti sull’aereo per il Brasile e ci ritroveremo all’interno della rassegna più importante del globo, al via ci saranno i padroni di casa che inaugureranno la competizione contro la Croazia. I riflettori saranno tutti per loro, tifosi, giocatori, CT, nessuno si salverà dalla mediaticità che solo il mondo globalizzato sa offrire in tutte le sue sfaccettature. Eppure oggi non siamo qui a decantare il Mondiale, o il valore/valori di sport che esso si porta dietro, affatto. Oggi siamo qui a cercare di capire quanto possa essere importante, e incisivo, sulla valutazione del cartellino di ogni singolo giocatore, la prova che questo riesce a produrre in un Mondiale. Guardandoci indietro, nemmeno girando troppo la testa, possiamo ritrovare esempi concreti di quello che stavamo dicendo, i casi Ronaldo, Cannavaro, El Diouf, Owen e compagnia fanno parte di un sistema consolidato di “fluttuazione” del valore che nemmeno la moderna borsa potrebbe eguagliare, roba da “derivati”, per chi conosce il prodotto, direbbero alcuni. Chiaro allora come ci sia tanto seguito da parte di club e agenti riguardo una rassegna che dovrebbe avere poco o nulla da spartire con tutto il resto del mondo pallonaro, essendo essa infatti un evento che dovrebbe coinvolgere le persone in qualità di essere umano prima ancora di quella di giocatore/osservatore/allenatore di una squadra “privata”.

CALCIOMERCATO DA PIAZZISTI Poco da fare nel calciomercato bisogne essere dei “piazzisti”, come direbbe Monatanelli, gli affari sono affari e il calcio-azienda richiede numerosi sacrifici a “colpi di zeri”, anche perchè, di questi tempi, non bisogna tanto meravigliarsi quando si vedono determinate società e/o agenti che promettono “mari e monti”, e alla fine non ne esce fuori nulla. Nel paese in cui, addirittura, la parola “sereno” preceduta da un cancelletto e accompagnata da un nome sta diventando materia di studi universitari, per alcuni, e fonte di ilarità per altri, dobbiamo iniziare a vederci chiaro in questo mondo in cui “il fumo abbonda ma del pollo non se ne vede traccia”. Se guardiamo ai mercati condotti dalle squadre italiane degli anni 90′ ci mettiamo le mani nei capelli, un pò per nostalgia, un pò per raccapriccio, soprattutto pensando alle notevole “ciofeche” prese e che risultano essere molte di più dei potenziali “craque” che invece sono saltati fuori. Guardando con più accuratezza agli ultimi anni possiamo, e dobbiamo, capire che i migliori affari sono stati fatti da dirigenti che, con non poco pelo sulla pancia, si sono sobbarcati l’onere di andare contro tifoserie e tutto il resto cercando si di comprare con astuzia ma che, al tempo stesso, sono riusciti nell’incredibile atto di vendere con furbizia. Ne è un esempio la Roma, con i casi Marquinho e Lamela, sostituiti poi da Benatia e Gervinho; la Fiorentina di Pradè e Macia, che con il tesoretto lasciato da Corvino (Jovetic e Nastasic), hanno messo su in due anni una realtà notevole.

CALCIOMERCATO GIOSTRA TRITACARNE Sull’ottovolante del calciomercato le emozioni e la “romanticheria” stanno alla porta, bando totale, o daspo alle emozioni se si è un dirigente o un presidente, la cosiddetta “gratitudine” non deve essere confusa con la meno simpatica “indulgenza” o “demenza”, alle volte. Del resto i giocatori sono professionisti, ricevono un stipendio notevole, ergo sono già “ringraziati” a dovere; e questo deve essere il concetto principale del nostro “mondo di figurine”, in cui bisogna concepire che ogni società deve mirare a migliorare e impreziosire il proprio patrimonio, evitando di vederselo “scadere”, deturpare, ingrigire. Non possiamo qui non citare le due milanesi che non solo non sono state capaci di evolvere il proprio ciclo ma che, come aggravante, presentano la cosiddetta “depauperazione” dei propri possedimenti. Direte voi, quale è stato il momento dello sbaglio? Nel caso dell’Inter è avvenuto a Madrid, nel particolare dopo aver alzato la Champions League, quando i contratti furono allungati e migliorati a giocatori ormai prossimi alla fine della carriera. Per il Milan il discorso è differente e riguarda la politica dei parametri 0 e dei tanti problemi di Pato che, in tempi nemmeno tanti sospetti, poteva valere un Tevez in rossonero, e che adesso risulta essere solo e soltanto una pagina sbiadita dell’almanacco del Diavolo. Il filo comune è quindi l’emozione, il sentimento, gli stessi motivi che hanno bloccato Moratti prima e Berlusconi dopo; il calcio è fatto di sensazioni e sentimenti, quello si, è chiaro, ma all’interno del campo da gioco, nelle società, all’interno dei palazzi, quando si ha la penna in mano bisogna ricordarsi di essere uomini d’affari e, il più delle volte, nemmeno tanto sanguigni, quanto fermi e freddi.