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prandelli rossi

Non c’è da restare sconvolti guardando le convocazioni di Cesare Prandelli per l’imminente Mondiale brasiliano. Certo qualcuno potrà aver inarcato scetticamente un sopracciglio notando che tra gli attaccanti azzurri di ritorno a casa ci sono i volti del più forte, Giuseppe Rossi, e quello di Mattia Destro, uno che quest’anno è stato una sorta di Re Mida del gol, in virtù di una media realizzativa impressionante. Anche la presenza di sole quattro punte vere può suscitare perplessità, giustificata anche dal fatto che nelle ultime settimane si era sempre parlato di cinque attaccanti più (e non compreso) Cerci. A dirla tutta, anche Manuel Pasqual di ritorno a Firenze a beneficio di Abate, che quest’anno non ne ha imbroccata una, qualche dubbio lo suscita. E non si adduca la giustificazione della necessità di avere un terzino destro di ruolo, dato che De Sciglio e Darmian hanno dimostrato di sapersi esprimere con egual rendimento su entrambe le fasce.

Ma tant’è. Come detto è inutile sconvolgersi o sorprendersi, sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Le convocazioni di Prandelli, infatti, sono inattaccabili per il semplice fatto di essere basate su numeri, test fisici e atletici, cervellotici parametri scientifici. Coverciano nelle ultime due settimane, infatti, si è trasformata in una sorta di laboratorio in cui trenta giocatori sono stati usati come cavie, rivoltati come calzini in cerca di un minimo parametro sballato che ne pregiudicasse la presenza in Brasile. Così dal computer di Coverciano sono usciti i nomi dei ventitré convocati, e che importa che il campo quest’anno e in quelli passati abbia detto altro se non, in alcuni casi, il contrario rispetto all’infallibile metodo scientifico prandelliano. Il motivo di tanto zelo è dovuto al fatto che ai prossimi Mondiali “serviranno ventitré atleti” (come se alle precedenti edizioni ci si dovesse presentare con ventitrè venditori di auto usate)  a causa del caldo e dell’umidità, non importa che in passato la nazionale azzurra abbia ben figurato a Mondiali roventi e talvolta in altura come Messico ‘70 o Usa ’94 senza trasformare Coverciano in un laboratorio di analisi. L’aspetto tecnico viene molto dopo i fondamentali numeri dello staff medico e atletico azzurro, forse convinto di andare alle Olimpiadi di matematica piuttosto che ai Mondiali di calcio.

Al di là delle facili ironie, le scelte di Prandelli sono per certi tratti sconvolgenti davvero. Non tanto quella di Insigne poiché in una competizione così breve uno che possa entrare a partita in corso e garantire un cambio di passo serve. E’ tuttavia evidente che ci sia una punta in meno e un centrocampista in più. L’attaccante mancante è sicuramente Giuseppe Rossi. Non sta bene si è detto, tralasciando il fatto che l’Italia esordirà tra dieci giorni (utili per salire di condizione) e che Pepito sarebbe potuto essere anche l’uomo degli ultimi venti minuti, in grado di sbloccare partite blindate. Anche Mattia Destro (che addirittura avrebbe rifiutato con indignazione il ruolo di riserva) doveva esserci assolutamente. Non se ne abbia a male Cassano, autore di una pregevole stagione, ma non meritava più di Rossi e Destro di andare in Brasile. Bastava portare un centrocampista in meno, uno tra Aquilani e Parolo vista la curiosa inamovibilità di Thiago Motta, e a quest’ora di perplessità ce ne sarebbero molte meno. Si è preferito affidarsi ai test fisici ma il timore è che nella terra del calcio, alla fine, conteranno di più i piedi.

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