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E’ un Gianluca Zambrotta a tutto tondo quello che si è presentato ai microfoni di Milan Channel, ospite della trasmissione “Terza Pagina”. L’ex terzino rossonero, oggi tecnico del Chiasso, ha toccato tanti temi, dalla sua autobiografia “Una vita da terzino” (edizioni Kowalski) al suo futuro, passando per il travagliato rapporto con Allegri.

AUTOBIOGRAFIA –  “Era già da due anni che avevo in cantiere quest’iniziativa, poi la fine della carriera di calciatore e l’imminenza del Mondiale mi ha convinto all’idea di raccontarmi. Sono stato sempre una persona che ha parlato poco e mi sembrava bello raccontarmi un po’ e dire la verità. Racconto senza maschere, in maniera trasparente e con serenità, la mia carriera. Le scelte che ho sempre fatto sono state dettate dal momento, giuste o sbagliate che siano”.

MONDIALI 2006 – “Prima del Mondiale mi stirai il retto femorale della gamba sinistra, non fu nulla di preoccupante. Potevo evitare un movimento per recuperare un pallone e con una prognosi di venti giorni saltai la prima gara contro il Ghana. I miei compagni, una settimana prima, organizzarono una cena a Forte dei Marmi e mi convinsero ad uscire perchè ero giù di morale. Nel libro racconto la trovata di Inzaghi che disse al ristoratore di offrirci la cena in cambio della Coppa del Mondo. Se non sbaglio, Pippo tornò dopo la vittoria in Germania. Ricordo con piacere il gol all’Ucraina, anche perchè ne ho fatti pochi in carriera. Quello al Mondiale non si scorda mai e Cannavaro me lo disse. Quella partita fu molto particolare, a pochi giorni dall’episodio di Gianluca Pessotto che andai a trovare insieme ai compagni di squadra della Juve”.

LIPPI – “Per chi l’aveva avuto alla Juve, era una bellissima situazione ritrovarlo in Nazionale. Fu lui nel 2002 a cambiarmi da centrocampista offensivo a terzino. Con l’arrivo di Camoranesi chiese a me che avevo più la mentalità di arretramento a terzino, mi chiese di provare e accettai senza problemi. Avrei giocato anche in porta…”.

ADDIO JUVE –  “Nessuno della Juventus post-Calciopoli venne a parlarmi per spiegarmi le strategie di ricostruzione. Andare a giocare in Serie B a 29 anni avrebbe significato un percorso di almeno 4-5 per tornare al top. Non avendo risposte dalla società ed essendo agli ultimi anni della carriera, all’apice dopo la vittoria del Mondiale, feci la mia scelta. Anche il Milan, nel mezzo di Calciopoli, prese tempo con me, Ibra e Buffon. Ibra chiuse poi con l’Inter, ma era del Milan. Lo stesso Buffon aveva quasi chiuso e poi non se ne fece più nulla per l’incertezza del momento. Arrivò la chiamata del mio procuratore per dirmi che c’erano i dirigenti del Barcellona nella sede della Juve per farmi firmare il contratto. Mi trovai in quell’occasione a capire e decidere cosa fosse la cosa migliore. Se la Juve mi avesse fatto sentire importante in un progetto di ricostruzione, ci avrei pensato…”.

BARCELLONA – “Arrivai in una squadra fresca di vittoria della Champions League, perdemmo la Supercoppa Europea e l’Intercontinentale. La prima stagione fu travagliata, però dal punto di vista umano fu molto importante per conoscere un’umanità diversa in una città bellissima. Quell’esperienza mi ha permesso di crescere perchè mi ha aperto la mente”.

MILAN – “Conoscevo tanti amici, da Gattuso a Pirlo, da Ambrosini a Oddo. Poi ai tempi del Barcellona feci un ritiro a Milanello per una partita e mi immaginai di essere lì ad allenarmi tutti i giorni. Avevo in mente di tornare in Italia e ritrovare al Milan tanti amici. Il fatto di essere vicino a casa e alla famiglia, era un aspetto molto importante soprattutto perchè nell’ultimo anno a Barcellona ebbi una crisi importante con mia moglie. Volevo a tutti i costi tornare in Italia e il Milan era la squadra che sentivo nelle mie corde. Sentivo i vari amici e ci stavo sotto, premevo per andare da loro. Reputavo la Juve e il Milan le squadre migliori in Serie A. Partimmo non benissimo nell’ultimo anno di Ancelotti, acciuffammo la Champions all’ultima giornata contro la Fiorentina. Ricordo l’addio di Carlo Ancelotti con le lacrime di Pirlo. Ancelotti è stato la storia del Milan e lasciava un pezzo di cuore lì. Ma anche l’addio di Paolo Maldini, bandiera carismatica di questa società, e di Kakà, anima dei successi di quegli anni. C’era un clima da famiglia e l’ho sempre detto: entrare a Milanello è come entrare in una grande famiglia”.

ALLEGRI – “Al Milan ho vissuto quattro anni e mi dispiace aver vinto solo uno scudetto perchè potevamo fare di più. Soprattutto nel secondo anno di Allegri abbiamo perso il titolo per una gestione sbagliata delle ultime gare e lo dico con grande serenità. Mi ricordo che nel secondo anno, prima della gara a Verona contro il Chievo, eravamo in ranghi ridotti e lui ci disse: ‘Se anche fossimo 13-14 farebbe lo stesso’. Non aveva senso dire una cosa del genere in quel momento. Oggi da allenatore mi rendo conto di dover far sentire tutti importanti. C’è sempre bisogno della forza di tutti quanti. A Chiasso siamo riusciti in una situazione molto difficile ad arrivare alla salvezza. In quell’occasione Allegri doveva far sentire importanti tutti i diciassette giocatori a disposizione. Ho avuto la sensazione di non essere importante. Nel libro non ho voluto accusare nessuno, ho solo precisato come quel momento, in quella stagione, poteva essere gestito meglio”. 

L’ULTIMA IN ROSSONERO – “Ricordo ancora quella giornata con affetto perchè fin dal riscaldamento mi salì l’emozione. Pensando a Gattuso mi vennero in mente la sua e la mia carriera, da dentro mi uscirono i lacrimoni. Era giusto dare più importanza a loro che a me…”.

IL MILAN DI OGGI – “Non ho mai capito perché Abate e De Sciglio non giochino insieme, rappresentano il futuro del Milan e della Nazionale. Sono due giocatori terzini veri e propri, con loro non c’è bisogno di inventare soluzioni fuori dalla norma. Avrei fatto giocare Abate a destra e a De Sciglio a sinistra”.

FUTURO – “Voglio continuare a Chiasso, parlerò con la società per portare avanti questo progetto. Il primo obiettivo era la salvezza, l’abbiamo raggiunto con tutto lo staff e i giocatori”.

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