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Arpad Weisz – La storia dell’allenatore del Bologna raccontata da Matteo Marani

Il 2 ottobre 1940 il minuscolo Dordrecht sconfigge in casa, per 1 a 0, il colosso Feyenoord, in una stagione che concluderà al quinto posto, miglior risultato di sempre della squadra del capoluogo dell’Olanda meridionale. Su quella panchina siede Arpad Weisz, genio della panchina ed ebreo. C’è un’immagine simbolica del suo tragico percorso di vita che riassume meglio di ogni scritto il suo stato d’animo: è la foto che lo ritrae, in disparte, lo sguardo vacuo, insieme alla formazione dei Paesi Bassi che sta allenando.

01. Dallo scudetto ad AuschwitzLa parabola di questo genio fino a pochi anni fa misconosciuto del calcio è raccontata, in maniera mirabile, da Matteo Marani in Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. Una parabola che vede le pagine più dolci proprio nel nostro Paese. Chi è Weisz, dunque? Ne tracceremo a grandissime linee il profilo caratteriale e la carriera, sperando che ciascun lettore di queste righe sia felicemente pungolato dal desiderio di approfondire il suo profilo andando a caccia di una copia di questo testo. Innanzitutto, Arpad Weisz è uno dei tanti prodotti eccellenti che il calcio austroungarico ha distribuito per l’Europa dagli anni Dieci agli anni Cinquanta. Nato nel 1896 a Solt, piccolo centro dell’Ungheria del Sud, Weisz si mette in luce come ala sinistra di assoluto rilievo del football mitteleuropeo, arrivando a conquistarsi un posto nella Nazionale ungherese alle Olimpiadi del ’24 (il massimo torneo dell’epoca, prima che venisse organizzata dalla FIFA la prima Coppa del Mondo).

L’eco del suo talento arriva anche in Italia, dove approda nel 1924 al Padova per approdare un anno dopo all’Internazionale, dove però un grave infortunio gli pregiudica il prosieguo della carriera. Weisz, però, è veramente un amante del calcio: la carriera da allenatore è quasi un naturale sbocco del suo talento di pensatore e analista del pallone.

Dal Sudamerica all’Italia

Dopo un misterioso viaggio in Sudamerica, sperimenta gioie e dolori della panchina all’Alessandria, già una stagione dopo aver smesso gli scarpini. Nel 1927 diventa tecnico dell’Internazionale che, per effetto delle leggi fasciste, due anni dopo sarà ribattezzata Ambrosiana. A Milano Weisz inanella, nel 1930, alcuni magistrali successi: vince lo scudetto; lancia Giuseppe Meazza (a soli 17 anni) e scrive, insieme al giornalista e dirigente interista Aldo Molinari, il manuale Il giuoco del calcio, la cui prefazione è vergata da Vittorio Pozzo. All’Inter resta fino alla stagione 1930-31: un anno dopo approda a Bari. Una terra, il Meridione d’Italia, antitetica alla riservatezza, al profilo basso, alla timidezza di Arpad. Sì, perché il tecnico più geniale dell’Italia degli anni ’30 ama starsene tranquillo, frequentare sempre i soliti posti e i soliti amici, apparire poco in pubblico e ancor meno alle feste. Ama sua moglie, Elena, che tutte le testimonianze accumulate da Marani sono concordi nel definire “bellissima, altera, nobile”. E anche dalle Puglie Weisz, superata una prima fase d’adattamento, se ne torna vincente: miracolosa salvezza raggiunta nello spareggio di Bologna contro il Brescia.

L’arrivo a Bologna

La tappa pugliese è un intermezzo. Weisz rientra all’Ambrosiana, dove rimane due stagioni per passare prima al Novara (dove ottiene un leggendario quarto posto con una squadra piuttosto scarsa), prima di approdare alla città e alla squadra dove diventerà Leggenda: il Bologna. Non è la Juve, non è il Milan, non è il glorioso Genoa o il Torino: è il Bologna. Sotto le due Torri, si aggirano storie magnifiche, condottieri inarrivabili come il maestoso Renato Dall’Ara e tanta, tantissima voglia di calcio. Bologna è terreno fertile, grazie a un pubblico competente e appassionato, a un presidente generoso, a strutture ottime, perché Weisz dispieghi tutto il suo potenziale tattico, il suo rigore (introduce in Italia i ritiri, un laboratorio medico-dietetico e una squadra di giardinieri per curare il prato del nuovo stadio) e la sua sapienza tecnica. Nelle osterie e nei bar del capoluogo emiliano echeggiano i nomi dei calciatori che Weisz – introducendo in Italia il famoso “Chapman” – ha reso delle icone, dei miti popolari, nondimeno presenti e partecipi della vita cittadina: Amedeo Biavati, Angelo Schiavio, Eraldo Monzeglio, Hector Puricelli, Raffaele Sansone, Francisco Fedullo, Dino Fiorini

Col Bologna – per i cui aneddoti rinviamo rigorosamente a Marani – conquista due scudetti consecutivi (1935-36 e 1936-37), toccando il vertice più alto del calcio italiano di club con la lezione impartita (4 a 1) agli inglesi del Chelsea (quelli che si erano autoproclamati, sin da inizio secolo, i Maestri del Pallone) nella finale del Torneo dell’Esposizione Universale del 1937 (sorta di Coppa dei Campioni ante litteram). E’ il punto più alto della sua carriera, prima che i fantasmi delle leggi razziali fasciste lo costringano a lasciare la panchina dei felsinei per fuggire prima a Parigi e poi in Olanda, dove grazie ad alcuni estimatori ebrei trova un ingaggio al Dordrecht. Sarà una fuga vana: le SS rintracceranno la sua famiglia anche lì.

La scrittura di Marani

Il finale tragico della storia è il campo di lavoro e nei campi di sterminio, per lui e, separatamente, per la moglie Elena e i figli Roberto e Clara. “Dallo scudetto ad Auschwitz” non è semplicemente un libro che parla di un genio del calcio. E’ innanzitutto una meritoria opera di scavo nella memoria, che ha sottratto ad un oblio perpetratosi per sessant’anni un assoluto genio della panchina, per il quale parlano oltre che i giornali d’epoca – “Il Calcio Illustrato” aveva coniato per lui l’epiteto di “mago” – i trionfi sul campo. La scrittura di Marani, infatti, fonde la chiarezza di uno stile giornalistico perfezionato in anni di onorato servizio tra “Guerin Sportivo”, “Corriere dello Sport” e “Sole 24-Ore”, e la perizia documentaria del ricercatore.

Marani non si sottrae alla gravosa opera di ricerca sul campo, che assume anche la coloritura di un imperativo morale – ridare visibilità ai morti. E’ un luttuoso viaggio a ritroso nei fantasmi della storia, nelle lugubri strettoie del nazifascismo. Lo stile del direttore del “Guerin Sportivo” è sobrio, ma efficacissimo, nel ricostruire – immaginandole a partire da labili tracce nei solchi della Storia – le sensazioni agghiaccianti che prova la famiglia Weisz: quelle di un cerchio che si sta per chiudere, circondata dalla barbarie dei regimi totalitari e concentrazionari, soffocata da norme violente che sottraggono progressivamente ogni alito e ogni spazio vitale. Un tale peso Marani ha saputo reggerlo solo perché animato da un’intenzione – fare luce, il più possibile, smuovere la polvere di una dimenticanza intollerabile  – e da un’intuizione – andare lì, o nei pressi, dove si è consumato un destino così tragico. Colpisce sinceramente il lettore il racconto dei traguardi tagliati in questo percorso di faticosa ricostruzione di brandelli di storia, come la narrazione del ritrovamento (attraverso un avventuroso giro di ricerche nei polverosi archivi delle scuole elementari bolognesi e di decine di telefonate) di Giovanni Savigni, compagno di classe Roberto Weisz.

Un libro, infine, quello su Weisz, che non è solo un libro.

Dopo la sua pubblicazione e le numerose attestazioni ricevute (Premio Nazionale di Letteratura e Cinematografia Sportiva di Chieti 2009, Premio Nazionale Letteratura del Calcio “Antonio Ghirelli” 2014), il libro ha sollecitato altri giornalisti, come lo straordinario narratore Federico Buffa, ad occuparsi di Arpad Weisz. Ma soprattutto ha costretto ad una doverosa riparazione i due club – Bologna e Inter – che dopo aver conquistato glorie e trofei grazie a Weisz ne hanno ricordato il loro condottiero con due targhe poste, entrambe nel Giorno della Memoria (la prima il 27 gennaio 2009 per iniziativa del sindaco Sergio Cofferati al “Renato Dall’Ara” di Bologna; la seconda al “Giuseppe Meazza” di Milano il 27 gennaio 2012).

* Iniziare la nostra rubrica da questo libro è stato un piacere, frutto di una coincidenza e di una scelta. La coincidenza: il prestito di questo favoloso libro da parte del collega Claudio Cafarelli, che già me ne aveva magnificato le qualità. La scelta: si tratta di un testo che, in pieno, rispecchia la nostra idea di letteratura calcistica. Essendo, per chi scrive, il calcio non solo e non tanto un fenomeno sportivo, ma soprattutto un rilevante aggregato di processi sociali e culturali, il volume di Matteo Marani incarna perfettamente l’ideale di una letteratura che, partendo dal football, si fa ricerca ad ampio raggio di ciò che circonda i campi, i campioni, i personaggi. Si fa narrazione di storie, che ci avvicinano alla Storia. Nei prossimi mesi proveremo a recensire altri testi che raccontano con/attraverso il calcio mondi, ambienti, dimensioni, culture, sapori. Speriamo di farlo bene, con onestà e obiettività, ma in primo luogo con la passione e il rispetto per chi ama il calcio.

DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ

Autore: Matteo Marani

Pagine: 207

Anno: 2007

Editore: Aliberti

Prezzo: 14 euro

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