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L’immagine del calciatore, si sa, è sempre legata ad un concetto di belloccio prestante fisicamente e dal capello curato, di cui van pazze le donne. Poi, secondo l’immaginario popolare, se tale calciatore sa anche fare gol allora diventa quasi un Dio. In Ecuador hanno effettivamente assistito alla ribalta di un attaccante che ha fatto strage di cuori, ma non soltanto di tifosi. Quell’Ivan Kaviedes che, a furia di incontri ravvicinati del terzo tipo (chi vuole intendere intenda), si è visto affibbiare il lusinghiero (?) soprannome di Inseminator. Ma cerchiamo di analizzare, per quanto possibile, la carriera di questo giocatore che ha comunque lasciato un grosso impatto anche nel calcio ecuadoregno, e non solo nelle sue splendide tifose.

Kaviedes nasce a Santo Domingo de los Colorados il 24 Ottobre 1977. Inizia a giocare a calcio da giovanissimo nonostante la terribile perdita di entrambi i genitori, che nel 1983 scompaiono a causa di un incidente stradalle. Il ragazzo cresce inevitabilmente con un carattere scontroso e una testa caldissima, bollente. La sua prima esperienza da professionista lo vede assoluto protagonista della stagione 1997-1998 all’Emelec: l’attaccante si proporrà in maniera perentoria sulla scena internazionale siglando addirittura 43 reti in 34 partite del campionato del suo paese, finendo ovviamente per vincere la classifica cannonieri. Numeri semplicemente stratosferici, che lo proiettano subito all’interesse delle grandi d’Europa, convinte della nascita di un nuovo potenziale crac del calcio mondiale. A mettere a segno il colpo Kaviedes provvederà a sorpresa una squadra italiana: il Perugia del vulcanico Luciano Gaucci, Patron noto per comprare un po’ di tutto (meriterebbe una puntata della rubrica ad honorem!). L’esperienza italiana dovrebbe essere quella della conferma, ma Kaviedes fallisce clamorosamente l’appuntamento siglando soltanto 4 gol in 14 presenze (tre di questi comunque segnati a top club quali Inter, Fiorentina e Juventus). Nel capoluogo umbro Kaviedes si fa notare più per le intemperanze all’esterno del campo di gioco che per le sue qualità da bomber. La punta sudamericana si fece inserire sulla maglia il nome…del suo numero (nine) anzichè il suo cognome, ma non solo: si rese anche protagonista di un violento litigio con un’altra Stella Cadente, il suo compagno di squadra Zè Maria, che lo portò ad essere allontanato dal ritiro prima di una gara di Serie A. Kaviedes, per ripicca, addirittura si prese una vacanza di due settimane fuori dal Bel Paese prima di tornare ad allenarsi. Ormai però le motivazioni per restare in Italia erano svanite e Kaviedes fallisce così il primo appuntamento europeo della sua carriera. Il Destino però gliene concede subito un altro: stavolta la squadra che lo accoglie è il Celta Vigo. Agli spagnoli però Kaviedes durerà praticamente mezza stagione: 6 presenze e nessuna rete. Anche in questo caso però l’attaccante si segnalò per una clamorosa vicenda esterna al mondo sportivo: difatti, ben tre donne diverse lo ritennero il padre dei loro tre bambini (da qui il Leggendario soprannome dell’Inseminatore). Una situazione a dir poco imbarazzate che praticamente ammazzò la carriera di Kaviedes, che nella sua vita calcistica ha giocato praticamente dappertutto ma senza mai esaltare. Le restanti compagini in cui provò a lasciare il segno (spesso senza riuscirci) furono Porto, Puebla, Real Valladolid, Barcelona Guayaquil, Deportivo Quito, Crystal Palace e tante altre squadre ecuadoregne. Attualmente svincolato, Ivan Kaviedes ha siglato nella sua carriera di club 140 reti  in 293 gare ufficiali disputate. Numeri comunque abbastanza importanti di un ragazzo troppo spesso distratto da stimoli e pulsioni esterne, che probabilmente ne hanno condizionato il rendimento in campo.

Kaviedes ha avuto una discreta carriera anche nella sua Nazionale: con l’Ecuador ha partecipato ai Mondiali 2002 e 2006 siglando in totale con la maglia della sua rappresentativa 17 gol in 57 partite. Di lui si ricorda in particolare il Mondiale tedesco per via del gol del 3-0 siglato contro la Nazionale del Costa Rica, marcatura condita da un’esultanza particolare: Kaviedes infatti si sfilò dagli slip una maschera da Uomo Ragno e la indossò festeggiando a più non posso. Molti si chiesero il perché di quel gesto (o meglio, non lo fecero, considerato il personaggio). La motivazione fu oltre ogni aspettativa di lucro o gioia: tale esultanza non era altro che un modo per ricordare il suo ex compagno di squadra Otilino Tenorio, scomparso tragicamente anche lui per un incidente d’auto, il quale era solito esultare dopo una segnatura in quella maniera. In quel gesto appassionato, sincero, apparentemente privo di lucidità ma in realtà assolutamente ricolmo della stessa si intravide tutto l’Ivan Kaviedes del mondo. Un ragazzo sfortunato, che aveva perso tutto. Tranne la sua voglia di essere libero da condizionamenti e convenzioni, da schemi e ordini mentali preimposti. Un nomade del pallone che, nonostante i guai e una cabeza poco ordinata, ha sempre dispensato il sorriso ovunque sia andato. Oltre che gioia alla platea femminile, s’intende.

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