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Netherlands training

Ricostruire e rinnovare una nazionale non è mai facile, specialmente sui cocci di una competizione disastrosa. L’Europeo del 2002 condotto da Van Marwijk è stato l’atto finale di un ciclo che aveva ormai raggiunto il suo termine, con calciatori che avevano alle spalle il periodo di forma migliore e che avevano esaurito il carico motivazionale dopo l’epica finale dei Mondiali in Sud Africa persa contro la Spagna. Toccato il fondo con le tre sconfitte nel girone contro Danimarca, Germania e Portogallo, gli Oranje avevano bisogno di una rivoluzione ed un uomo di polso con il coraggio di tagliare teste importanti.

Il nuovo corso del “sergente” Van Gaal- La scelta della federazione è ricaduta su Louis Van Gaal, uomo scorbutico ma dalle idee calcistiche molto chiare e con la personalità necessaria per garantire il cambiamento di cui la nazionale aveva bisogno. Il nuovo corso doveva fare a meno di molti senatori, e quelli scelti per fare da “chioccia” ai nuovi convocati dovevano meritarsi l’arancione che indossavano. Le prime teste a “cadere” sono state quelle di Van Bommel, Mathijsen, Boulahrouz, Stekelenburg, Heitinga, Bouma e Schaars, i veri e propri pretoriani di Van Marwijk. Le qualificazioni al Mondiale brasiliano sono servite da “campo addestramento” sia per le nuove reclute che per i veterani, nel tentativo di dare vita ad una macchina da guerra che potesse beneficiare sia della freschezza e delle motivazioni delle nuove leve che dell’esperienza e la classe dei vecchi campioni. Van Gaal non ha fatto sconti di alcun tipo, tant’è che lo stesso Wesley Sneijder è stato vicino all’essere estromesso dalla “nuova Olanda”. Il “sergente” voleva di più da lui, spesso indolente e poco aggressivo in campo: Wesley ha iniziato a prendere lezioni di boxe per incentivare questo suo “profilo basso” ed ha iniziato a dare il massimo ad ogni partita della nazionale. Il risultato finale di questo processo ha visto Sneijder spiccare sempre tra i migliori durante ogni match e Van Gaal, dopo una pacca sulla spalla, l’ha premiato inserendo il suo nome nella lista dei “prescelti” per il Brasile.

A mali estremi, estremi rimedi- Oltre a Sneijder,  i “sopravvissuti” della gestione precedente sono gli imprescindibili Robben e Van Persie, il mastino di centrocampo De Jong ed il pilastro difensivo Vlaar. Giocatori come Huntelaar, Van der Vaart o Van der Wiel (quest’ultimi poi lasciati fuori a causa di gravi infortuni) sono stati scelti come una sorta di “riserve di lusso”, per lasciare il campo al vero nuovo che avanza. L’impianto dell’Olanda si basa fondamentalmente sulla selezione Under 21 che ha preso parte agli Europei in Israele del 2013 allenata da Cornelius Pot, eliminata in semifinale dall’Italia. In quell’occasione sono esplosi i vari Blind, De Vrij, Martins Indi, Clasie, Depay, Maher e Strootman, giocatori che hanno trascinato la prima squadra al Mondiale ed ora calcano il campo in Brasile ad un solo anno di distanza. Mettere insieme due generazioni con esperienze così diverse e parabole di carriera sostanzialmente opposte è stato arduo ed il gruppo è stato cementato nel tempo, ma Van Gaal ha creduto in questo progetto sin dal primo momento e , per riuscire a farlo crescere e rendere al meglio, è stato pronto a mettere in discussione tutti i principi fondanti del calcio olandese.

Difesa, contropiede e libertà di azione- Il primo passo a livello tattico è stato accantonare il classico 4-3-3, da sempre marchio di fabbrica del calcio Oranje, in favore di un più compatto 3-5-2, funzionale alla tipologia di giocatori a disposizione del commissario tecnico. La più immediata conseguenza che ne è scaturita è stata una rinuncia palese al possesso palla caro agli olandesi, che ha fruttato non poche critiche all’allenatore. A parlare per lui sono, però, i risultati ed il suo calcio fatto di pressing e rapide ripartenze è stato in grado di schiantare la Spagna campione di tutto e di guidare l’Olanda, seppur a tratti zoppicando, ad un quarto di finale a cui in pochi credevano così fermamente. Eppure in questa Olanda alternativa permangono elementi del calcio totale: basti pensare al ruolo di Blind, impiegato alternativamente da terzino sinistro, terzo centrale di difesa e centrocampista centrale, così come l’immortale Kuyt, sempre pronto a macinare chilometri in ogni zona del campo a seconda delle esigenze tecniche e tattiche del match. L’Olanda “difensivista” di Van Gaal potrà anche far storcere il naso a qualche purista del calcio “all’olandese”, ma a livello di efficacia non può che convincere anche il più scettico dei critici:  la velocità con cui è riuscito a solidificarsi un gruppo così eterogeneo e  la facilità nelle giocate nonostante schemi e sistemi a molti sconosciuti sono un traguardo che era considerato impossibile da raggiungere e da applicare in una competizione come la Coppa del Mondo.

Pregi, difetti e giocatori chiave- Partendo dalla difesa, è chiaro che il punto di forza del reparto è senza dubbio la straripante fisicità. Vlaar, De Vrij e Martins indi rappresentano un muro quasi invalicabile se attaccati frontalmente, mentre diventano abbastanza vulnerabili quando aggirati ai fianchi. La tendenza ad attaccare gli spazi da parte dei terzini lascia talvolta scoperta una delle fasce, spingendo il centrale a dover coprire in caso di ripartenza avversaria. Questa è la condizione in cui più facilmente il reparto arretrato può essere messo in difficoltà, con giocatori non certo esplosivi che, se portati fuori posizione e puntati, possono lasciare evidenti falle e mettere in pericolo la porta difesa da Cillessen. Ovviamente la stazza del pacchetto arretrato ha un valore aggiunto in caso di calci da fermo, sia in fase di attacco che di difesa. Il centrocampo è sostanzialmente un reparto “di passaggio”, con giocatori dai buoni piedi ma con compiti prettamente di rottura. De Jong e De Guzman, largamente utilizzati dal c.t. nelle prime partite, si schierano come sorta di schermo davanti alla difesa, alternandosi nelle mansioni di pressing e copertura. Il personaggio chiave in mezzo al campo è di sicuro Sneijder, anche se il suo ruolo è forse tra i più emblematici dell’11 Oranje. Wesley funge da terzo di attacco nella fase di pressing mentre, almeno in teoria, dovrebbe arretrare il suo raggio di azione in fase di possesso per poter giocare palloni e dare i ritmi alla squadra. Il punto debole risulta essere proprio la sua posizione in fase di costruzione del gioco, con la tendenza all’offesa che lo lascia lontano dagli altri due centrocampisti e la conseguente loro iniziativa nel giro palla, non sempre con buoni esiti. Le evidenti difficoltà nell’imbastire un buon possesso palla passa proprio per le difficoltà di Sneijder nel trovare la giusta posizione tra le linee con una sua involuzione che lo porta dall’essere il fulcro del gioco olandese ad un peso morto che vaga senza scopi per il campo. Il duo d’attacco è quanto di meglio assortito possa esistere: gli spunti nell’1 vs 1 e la velocità di Robben, la tecnica ed il senso del gol del capitano Van Persie. Schierare Robben in questa posizione è stata forse la scelta più azzeccata di Van Gaal, con l’attaccante del Bayern che ha la possibilità di svariare su tutto il fronte offensivo ed essere  letale nelle ripartenze così importanti per questo tipo di sistema. Van Persie è il suo partner ideale, eccellente nel tenere la palla e far salire la squadra, così come a colpire sotto porta  appena ne ha la possibilità. I problemi nascono proprio dallo scarso possesso palla della squadra: le ripartenze vedono come prima opzione di passaggio Arjen Robben ed il giro palla ridotto al minimo porta spesso l’attaccante del Manchester United ad essere fuori dal gioco, a meno di improvvise verticalizzazioni che lo trovano puntuale nel galleggiare sul filo del fuorigioco.

Soluzioni alternative?- Come osservato nelle partite finora disputate, il 3-5-2 si è rivelato un’arma fenomenale contro formazioni che fanno del possesso palla la loro caratteristica migliore (come Spagna o Cile) mentre ha dato riscontri meno positivi con compagini a loro volta costruite per la ripartenza (come Messico o Australia) e dove la superiorità olandese poteva essere espressa con una maggiore costruzione di gioco. In questi casi l’ “arma speciale” di Van Gaal è stato Memphis Depay, brillante e giovane esterno del PSV. Il suo ingresso in campo trasforma la squadra in un più offensivo 4-2-3-1 che ha la funzione di aprire maggiormente il gioco sulle ali ed inquadrare in maniera migliore il ruolo di Sneijder tra le linee. Con questo sistema, l’Olanda è sempre riuscita ad andare in rete, sbloccando talvolta partite che sembravano ormai finite. Nonostante ciò, il “sergente” ha sempre deciso di iniziare le partite con il vecchio sistema, riservando questo cambiamento soltanto a partita in corso. Se i risultati danno retta a Van Gaal, una piccola critica può forse essere mossa solo da questo punto di vista: sacrificare l’integralismo contro squadre che tendono a chiudersi potrebbe rivelarsi una scelta vincente, anche perchè, nonostante il modulo più offensivo, l’Olanda ha dimostrato di mantenere molto bene l’equilibrio difensivo senza eccessivi rischi. Osare di più sin dall’inizio potrebbe essere una soluzione diversa ma forse più efficace, che permetterebbe alla squadra magari di sbloccare prima match complicati per poi gestire e preservare le energie. Può essere una soluzione che vedremo nel corso di queste fasi finali? Alla fine a decidere è sempre il sergente e, anche se le sue scelte possono far storcere il naso, guai a chi lo contraddice!