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Bardi; Donati, Bianchetti, Caldirola, Regini; Florenzi (58’ Saponara), Fausto Rossi, Verratti (77’ Crimi), Insigne; Immobile (58’ Gabbiadini), Borini. Un anno fa questi quattordici giovani talenti italiani si arrendevano alla Spagna in finale dell’Europeo under 21, dopo un torneo entusiasmante. Quest’elenco non vuole essere un semplice amarcord ma un punto cruciale da cui far ripartire il nostro calcio: i giovani italiani.

Nelle ore immediatamente successive all’esclusione della nazionale di Prandelli dal Mondiale brasiliano, gli epitaffi sul pallone italico si sono sprecati. E via a rivangare discorsi a orologeria, tirati fuori puntualmente ad ogni debacle azzurra, dai vivai sui quali investire maggiormente fino a un’utopistica e anacronistica chiusura delle frontiere sulla scia di quanto fatto dopo la disfatta azzurra ai Mondiali inglesi del ’66 firmata dal sedicente dentista coreano, Pak Do Ik. Tante, troppe volte, si è detto in questi giorni che il nostro calcio non esprime più talenti e che i fallimenti della nazionale ne sono la diretta conseguenza.

Chiariamoci subito. Di nuovi Baggio, Del Piero e Totti in giro per lo Stivale non ce ne sono. Ma, in primis, a parte 4-5 veri top player di livello internazionale, nemmeno le altre squadre partecipanti al Mondiali sembrano averne. In secondo luogo, tra il nulla espresso dalla banda Prandelli in Brasile e i fenomeni sopracitati, appare lecito attendersi una via di mezzo. E quest’ultima è rappresentata da quei quattordici giovani italiani che, fatta eccezione (parziale) per Immobile, Verratti e Insigne, sono stati serenamente ignorati se non addirittura dimenticati.

Da quell’under 21 capace di superare tra gli altri i pari età olandesi, di cui molti ora sono in nazionale maggiore a giocarsi l’accesso tra le prime quattro del mondo, il nostro calcio non ha attinto niente. Alcuni come Donati (arrivato agli ottavi di Champions), Caldirola, Fausto Rossi e Borini sono stati costretti ad emigrare, cosa che nel sistema calcistico più autoreferenziale al mondo, vuol dire essere cancellati. Altri come Florenzi, Gabbiadini  e Destro (in quella nazionale c’era anche lui) non sono stati presi in considerazione nemmeno a fronte di prestazioni importantissime, per non parlare degli altri che sono stati serenamente rimossi.

E’ chiaro che non era possibile e probabilmente nemmeno giusto portarli in Brasile tutti, ma quella formazione è lo specchio del nostro calcio. Come può un Paese progredire calcisticamente (e non solo) se non punta sui suoi giovani? Come può costringerli a cercare un futuro altrove, per poi dimenticarli? Con che coraggio i signori del pallone possono lamentarsi della mancanza di talenti, nascondendo così i propri insuccessi e la propria dabbenaggine, se sono stati loro stessi a non puntare sul talento? E non si venga a dire che “non sono rimasti a casa Cabrini o Maldini” perché sui campioni bisogna investire e sapere attendere quando sono giovani, non aspettare che dall’oggi al domani cada dal cielo un fenomeno, altrimenti a cadere sempre più in basso sarà solo il nostro calcio.