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Il grande giorno di Filippo Inzaghi, l’attaccante nato in fuorigioco e rabdomante del gol, è finalmente arrivato. Ed è stato più bello che mai: la presentazione del nuovo allenatore ha coinciso con un bagno di folla nella struttura di Casa Milan. Dai Berlusconi a Galliani, passando per i calciatori: tutti sembrano innamorati di quel Superpippo che nell’ormai lontano 2007 consegnò l’ultima Champions della sua storia al Milan. Quella Champions che a via Turati quest’anno potranno vedere solo in televisione. La rincorsa alla Coppa dalle Grandi Orecchie, il più grande amore della storia milanista, è appena iniziata e il compito di Inzaghi non è semplice. Inevitabilmente, c’è una sola domanda che tutti si pongono: potrà Filippo Inzaghi essere un allenatore degno del Milan?

L’intento di Galliani nel mettere di fronte a tale responsabilità Inzaghi è sicuramente quello di cercare di indovinare finalmente il primo Guardiola italiano. Nella mente dell’A.D. rossonero, Inzaghi ha necessità di proporre un calcio offensivo, scoppiettante, bailado. Alla stessa maniera, vuoi per mancanza di fondi e per il rinnovamento obbligatorio da ricercare, tutto ciò andrà fatto con l’ausilio di giovani motivati, affamati, vogliosi di sentir scorrere sulla loro pelle il brivido caldo della vittoria. Inzaghi appare come un professionista serio, un uomo con la testa sulle spalle (e questo lo si è visto già da calciatore). Nella prima, lunga conferenza stampa il neo tecnico non si è mai sottratto alle domande e ha evidenziato più e più volte i punti cardine del suo progetto: calcio offensivo, forma fisica adeguata, comportamenti fuori dal campo in linea con chi realmente può farsi chiamare professionista. Grinta, cuore, sudore per la maglia. Chi non lavora non fa l’amore, e Inzaghi è stato chiaro: chi sbaglia, paga. Impeccabile nell’ispirarsi a Carlo Ancelotti: signorile, pacato, bonario. Ma al tempo stesso cristallino e severo. Comanda lui, come è giusto che sia. La squadra pare già essere dalla sua parte e Inzaghi ha in fondo già imparato come si gestisce uno spogliatoio. La sfida non lo spaventa e i buoni risultati ottenuti con le giovanili del Milan (la vittoria del Viareggio con la Primavera è il fiore all’occhiello) rappresentano un ottimo punto di partenza in un curriculum da ampliare con numerosi successi futuri. Insomma, le sensazioni sono positive. D’altro canto, il problema di Inzaghi potrebbe essere quello riscontrato da altri giovani in rampa di lancio ma caduti male, quali Liverani, Stramaccioni, Ferrara e lo stesso poco rimpianto Seedorf: la mancanza di gavetta e, dunque, di esperienza. Un morbo che pare diventare cronico nel calcio moderno, nel quale si vuol puntare sui giovani gettandoli però subito nel mondo dei grandi senza protezioni, come un bimbo che a furia di prendere sole senza crema solare si ustiona la pelle.

Al solito la verità è sempre nel mezzo. A parlare per Inzaghi, come accaduto anche per gli altri, alla fine sarà il campo: che sia un Fenomeno o un Flop lo scopriremo nel corso della stagione prossima. Le qualità ci sono ma è un obbligo aspettare. Perché in effetti, come ci è parso di capire e come in tanti ci hanno confermato, qui nessuno nasce Guardiola. Soprattutto nel Bel Paese.