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florenzi roma

Riprendiamo oggi un tema molto caldo nelle ultime settimane, specie dopo l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali: la massiccia presenza di stranieri nel nostro campionato, argomento trattato nello specifico anche dalla stampa sportiva nazionale nelle edizioni odierne. Balza agli occhi un dato statistico rilevante: ben dieci squadre su venti nella scorsa stagione hanno riservato un minutaggio maggiore a giocatori nati all’estero rispetto che agli italiani con un rapporto del 54,1% contro il 45,9% nostrano, e nel caso dell’Inter l’utilizzo degli stranieri si impenna addirittura al 92,2%, con il club nerazzurro che tiene quindi fede al proprio nome. La cosa assume connotati poco giustificabili se si pensa che tra gli stranieri “invasori” della Serie A ben in 109 hanno giocato in media solamente 8 partite complessivamente, di questi poi ben 60 possono essere considerati inutili se togliamo gli elementi giovani e giovanissimi e gli infortunati e se consideriamo il loro rendimento del tutto negativo, specchio di una qualità generale che invece i ragazzi di casa nostra hanno dimostrato di possedere. Ne esce fuori che la Serie A ha troppi calciatori stranieri, e per giunta neanche forti.

Eppure ecco il paradosso: la Serie A è il torneo che applica le norme più restrittive per l’ingaggio di atleti provenienti da altre parti del mondo. Per esempio il tesseramento degli extracomunitari ne prevede una contrattualizzazione di massimo due a stagione, a patto che ne vadano via altrettanti, questo per rispettare i dettami della controversa legge Bossi-Fini che vincola i flussi migratori. Ma tornando agli aspetti tecnici, secondo voi sarebbe mai stato possibile per l’Italia compiere un’impresa come quella realizzata dalla Germania ai Mondiali qualche giorno fa, che con ben sette under 26 ha trionfato contro il Brasile in semifinale? Prandelli le sue colpe le ha avute ma non gli si può attribuire il fatto di non aver puntato sui giovani di casa nostra visto che in pratica non ce ne sono (anche se poteva convocare Florenzi, per fare un esempio) e ha dovuto ripiegare sui trentenni e più, Paletta, Cassano e Thiago Motta. Andrea Stramaccioni, allenatore dell’Udinese, è invece dell’idea che i giovani ci sono ma manca il coraggio di puntarvi su, facendo invece l’esempio dell’Ajax battuto dalla sua Inter in finale nella Next Generations Series di due anni fa, dove figuravano elementi come Fischer, a soli 20 anni già considerato un veterano nei Lancieri. E l’exploit della Bundesliga e del calcio tedesco in generale, in corso ormai da una buona decina di anni, si è avuto grazie a quei punti che da noi non riusciamo a realizzare: centri di formazione giovanili e stadi moderni di proprietà. Questo nonostante in Germania sia possibile tesserare un numero illimitato di extracomunitari, ma il Borussia Dortmund per fare un esempio preferisce svezzare in casa i propri talenti e magari venderne un paio ogni tanto per intascare una cascata di milioni. In Spagna è facilissimo essere naturalizzati, in Inghilterra invece vige il permesso di lavoro che consente in pratica di ingaggiare solamente i migliori, anche se adesso Oltremanica stanno partendo le prime riforme per preservare i talenti prettamente inglesi, a cominciare manco a dirlo dalle strutture giovanili.

Che fare dunque? Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, nella sua visione moderna delle cose chiude nettamente all’ipotesi di sbarrare le frontiere come già capitò negli anni ’60 dopo la debacle dei Mondiali di Inghilterra ’66, una soluzione che fece il suo tempo visto che nel 1980 furono riaperte ed almeno fino alla fine degli anni ’90 il calcio italiano continuava a dettare legge in Europa e nel mondo con molti giocatori italiani. De Laurentiis dice che impedire il tesseramento degli extracomunitari in Serie A è una follia nel villaggio globale di oggi, anche perché già di campioni esteri in Serie A non se ne vedono e le sole eccezioni l’anno scorso sono state Tevez e Higuain. Semmai per il plenipotenziario partenopeo andrebbero riconcepite le serie minori, con l’introduzione di squadre satelliti e l’obbligo di schierare lì giocatori under 25 solo italiani, dal momento che le squadre medio-piccole di Serie A si affidano principalmente a prestiti e comproprietà. E le compartecipazioni abolite dall’anno prossimo le mettono in difficoltà da un certo punto di vista, magari però questo potrebbe essere un motivo ulteriore per cominciare a puntare seriamente sui giovani. Ridurre il mercato ai soli giocatori comunitari infine comporterebbe un aumento di prezzi ed una ulteriore discesa in qualità. Insomma, la virtù sta nel mezzo: pensiamo a Florenzi ed Insigne, diventati importanti nella Roma e nel Napoli dopo essersi fatti conoscere in Serie B: all’estero questo non accade ed un giovane elemento esplode imponendosi nel proprio club fino a diventare rapidamente un campione. Le squadre di Serie A preferiscono infine i trasferimenti esteri per mere questioni economiche: comprare all’interno della nostra Serie A comporta il dover presentare delle fidejussioni bancarie, altrove no, come ha ricordato anche l’ex ds del Genoa, Daniele Delli Carri. Però spendere all’estero pure ha le sue problematiche, come le inevitabili forche caudine degli intermediari oltre al rischio di veder sparire i soldi chissà dove. Nel frattempo aumenta il numero dei prodigi che dall’Italia vanno all’estero: Immobile non sarà l’ultimo, visto che la Juventus ha preferito cedere lui e non fare una plusvalenza con il trentenne Llorente ed ora spenderà soldi per il giovane e sostanzialmente inesperto Morata. Il prossimo sulla lista rischia di essere Scuffet, che l’Atletico Madrid potrebbe acquistare per 5 mln di euro dall’Udinese, poco in relazione alle sua potenzialità. Mentre i vari Donati e Caldirola si sono ambientati benissimo in Germania, cosa che all’Inter non sembra essere possibile.