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Una sintesi perfetta ed emblematica del mondiale del Brasile è arrivata ieri sera da Pierluigi Pardo che ha individuato come vera e unica sfortuna dei brasiliani la traversa presa da Pinilla. In effetti tra record negativi, infortuni e squalifiche per gli uomini di Scolari quella traversa beffarda colpita da La Roja al 120′ degli ottavi è diventata la loro definitiva condanna. Proprio quell’incredibile partita aveva illuso i tifosi di casa, gonfi di patriottismo e di una sicurezza ritrovata, ma in realtà proprio quella sfida ha messo in luce le nevrosi, le paure e le preoccupazioni di una rosa e di uno staff che hanno preparato malissimo la rassegna mondiale. E quel rarissimo fenomeno di osmosi che li ha aiutati nei quarti contro la Colombia (come riflesso nervoso positivo dopo la vittoria contro il Cile ai rigori), a conti fatti li ha completamente devastati contro Germania e Olanda.

10 gol in 2 partite, errori madornali, caos e la profonda sensazione che questo Brasile sia stato uno dei più grandi bluff della storia dei Mondiali, sicuramente quello più grande di questa edizione, ed è evidente il perché. Probabilmente delle 16 squadre arrivate agli ottavi la formazione di casa è quella che più ha evidenziato l’assenza di equilibrio in campo e mentale, ma soprattutto la mancanza di un tratto distintivo. Cosa viene in mente ad un semplice spettatore quando vede il Brasile in campo? Confusione, tanta tanta confusione. Se l’Algeria, per dirne una, puntava tutto sulla corsa, il dinamismo e l’orgoglio (come abbiamo ammirato contro la Germania) il Brasile viveva di lampi, di giocate, di guizzi estemporanei da parte di Neymar in avanti e di Thiago Silva in difesa che fin quando ha potuto è riuscito a reggere una baracca scricchiolante. Tutto il resto era improvvisazione pura, disorganizzazione, disequilibrio. Due terzini quasi attaccanti, un centrocampo asfittico senza un’idea degna di tal nome e senza un minimo di costruzione e infine un attacco lasciato nelle mani di Neymar e le sue comparse in grado di non oscurarlo. Questo è stato il Brasile. Una macchina messa su malissimo fin dalle fondamenta e che con il passare dei giorni si è mostrata fragile sotto tutti i punti di vista.

Ma qui ricade la peggior colpa di Scolari. L’evidente gap tecnico tattico rispetto alle altre squadre poteva essere risolto cambiando modulo, uomini o facendo entrare in gioco le motivazioni, attraverso un lavoro psicologico sui giocatori tale da poter gettare il cuore oltre l’ostacolo. Approccio fallito miseramente. I giocatori verdeoro fin dalla prima partita sono apparsi fragili, intimoriti, bloccati al solo pensiero di poter fallire l’occasione Mondiale, come poi accaduto. Nemmeno il ricorso ad una psicologa è servito. Non c’era la libertà mentale fondamentale in un gioco di squadra, la stessa libertà e gli stessi stimoli che tanti allenatori hanno utilizzato per costruire le proprie fortune. Parliamo di quella capacità di imprimere ai propri giocatori la voglia, l’entusiasmo e la determinazione. Esempio classico è l’Atletico Madrid di Diego Simeone che nel nome dell’ormai celeberrima “garra” ha sfiorato un doble miracoloso. E allora peccato, peccato per quella traversa di Pinilla anche per questo Brasile arrivato malamente quarto.  Scommettiamo che nel classico sliding door Scolari & co avrebbero apprezzato un’eliminazione al 120′ piuttosto che assistere al crollo verticale delle ultime due partite.

di Claudio Cafarelli (Twitter:)