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Una storia d’altri tempi quella di Simone Scuffet: il ragazzo friulano, nato e cresciuto nella provincia di Udine, è riuscito a ritagliarsi spazio nella Serie A proprio nella “sua” Udinese, dove rimarrà ancora un altro anno nonostante le avanche dell’Atletico Madrid, campione di Spagna e vicecampione d’Europa. Fondamentale la volontà, oltre che del ragazzo, di papà Fabrizio e mamma Donatella, che hanno insistito perché il ragazzo rimanesse ancora un anno nella sua città per ottenere il diploma di maturità in ragioneria.

IL RIFIUTO AL MILAN Già a gennaio la famiglia Scuffet si era opposta ad un passaggio del ragazzo al Milan (trattativa semplice fra rossoneri e friulani, raggiunto facilmente l’accordo per la metà a un milione di euro): la situazione scolastica non era delle più rosee e il ragazzo è rimasto in bianconero, dove ha disputato un grandissimo girone di ritorno che gli è valso l’attenzione delle migliori squadre, sia in Italia che oltre i confini.

ATLETICO? NO, DEVO STUDIARE Arriva dunque il secondo grande rifiuto, consumatosi un paio di giorni fa: la corte serrata è stata dell’Atletico Madrid, ancora una volta l’Udinese ha raggiunto l’accordo (4.5 milioni di euro per l’intero cartellino, valore più che duplicato in soli 6 mesi) e ancora una volta i genitori del ragazzo hanno fatto muro in maniera molto convinto: il ragazzo prenderà il diploma nella sua scuola ad Udine, testa bassa e lavorare, ha 18 anni e il futuro è dalla sua parte.

UN ESEMPIO PER L’ITALIA Nel mondo del calcio, soprattutto a bassi livelli, l’indole dei genitori è quella di far sfondare il figlio a tutti i costi: liti con l’allenatore, che sin dai pulcini si ritrova a discutere le sue scelte con i famelici parenti che vedono nel loro figlio il nuovo Maradona, insulti agli altri bambini dagli spalti, cultura del successo ad ogni costo. Molto spesso i genitori, accecati dalla voglia di far diventare ricco e famoso il proprio pargolo, si perdono per strada i veri valori importanti: gran parte dei campioni che hanno segnato la storia del calcio sono esempi di umiltà e correttezza, a partire dalla famiglia Maldini, una che di figli nel mondo del calcio se ne intende. Lo scorso ottobre infatti è stato proprio Cesare Maldini a parlare del nipote Christian in questa chiave: “Christian si diverte a giocare, ma la cosa più importante è che si impegni a studiare, il resto non conta“, niente male per una famiglia che ha già piazzato due esponenti nella storia del calcio italiano.

Sarebbe molto importante far capire alle famiglie (degli aspiranti calciatori e, perché no, alla famiglia Pozzo stessa) che nel percorso di maturità di un ragazzo ci sono cose ben più importanti rispetto ad essere spostati come un pacco pregiato da una parte all’altra del mondo: la carriera da calciatore può cambiare in un attimo per la lite con un allenatore, un momento di forma precaria, un infortunio o un filotto di brutte prestazioni, scelte del genere forgiano il carattere di un ragazzo, soprattutto in un’età in cui è facile circondarsi delle persone sbagliate affamate di luce riflessa. Il calcio, nella vita, non è tutto.

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