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livaja

Marko Livaja, ceduto al Rubin Kazan, parla a “La Gazzetta dello Sport” della sua pessima esperienza con l’Atalanta. Da ragazzo prodigio a bad boy arrivato quasi alle mani con l’allenatore Stefano Colantuono. Ecco la sua versione dei fatti:

“Non sono scappato. Si sono dette e scritte tante bugie, storie montate. Non sono io che non ho rispettato le regole ma altri, che hanno usato i tifosi. Arrivavo dall’Inter, mi hanno preso di mira, c’era invidia tra i compagni. E Colantuono non mi ha aiutato, anzi. In un allenamento ci siamo presi, se non ci dividevano i compagni non so come sarebbe finita. È iniziato tutto a gennaio, sono rientrato dalla Croazia con un virus, non mi sono allenato, dopo 4 giorni è passato. Erano venuti a trovarmi i miei genitori, mi hanno visto a pranzo con loro al ristorante e sui giornali mi hanno massacrato: “Non si allena e va al ristorante”. Immaginate i tifosi. Insulti su facebook, alla mia famiglia anche dopo Atalanta-Verona. L’allenatore mi aveva sostituito dopo 6’ nel secondo tempo, ero arrabbiato, dietro la panchina i tifosi mi hanno dato dello zingaro, insulti razzisti, minacce alla famiglia: ho detto basta. Sì, ho scritto italiani bastardi ma ce l’avevo solo con quei quattro tifosi, io la faccia la metto sempre”.

Proprio Livaja con la maglia del Rubin Kazan affronterà in amichevole il Torino: “Tornerò in Italia con il Rubin da vincitore. Il Torino è più forte dello scorso anno, e se rimane Cerci, con Quagliarella e Nocerino, possono puntare all’Europa”.

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