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Race leader yellow jersey holder Astana team rider Nibali of Italy celebrates on the podium after he won the 197.5km 13th stage of the Tour de France cycling race between Saint-Etienne and Chamrousse

718 chilometri. Ben settecentodiciotto chilometri  dividono Messina da Cesenatico. Messina, dove è nato lo Squalo dello Stretto d’ora in poi sarà collegata a Cesenatico, luogo natio del Pirata. Sedici invece sono gli anni passati dall’ultima volta in cui un italiano ha indossato la maglia gialla a Parigi, ultima tappa della Grand Boucle.

E’ un misto di gioia e amarezza  l’emozione che si prova nel vedere l’immagine di Marco Pantani sul podio più alto, nel luglio del 1998, alzare vittoriosamente le braccia al cielo. Il suo viso sorridente e timido allo stesso tempo non può che scavarci una lacrima sul volto al pensiero di quello che succederà qualche anno dopo. Era stato un anno difficile per il ciclismo, quello del ’98; lo scandalo Festina incipiente e una preoccupante ombra su uno sport che sarà traviato e maltrattato per oltre un quindicennio. Il sorriso di Pantani però anestetizzava tutti i pensieri e portava l’attenzione sulla sua impresa, la sua vittoria.

Vincenzo Nibali ci ha provato. E ci è riuscito. Non ha lo stesso animo tormentato del Pirata, ma porta il suo stesso sorriso, timido e rassicurante. Nibali in questo Tour ha ricordato molto Pantani. Ha attaccato in salita con la maglia gialla bene aderente al petto,  si è difeso senza calcoli dai suoi avversari, ha dato spettacolo ed emozionato con vittorie di tappa, dall’Inghilterra fino ai Pirenei, passando per i Vosgi e le mitiche pietre della Roubaix. I grandi rivali sono venuti meno a poco a poco. Prima il campione uscente Froome, vittima di così tante cadute da stare più col sedere per terra che sul sellino, poi Contador, cui non è bastata la sua voglia di riscatto dopo anni bui. Molti dicono che dopo il ritiro dei grandi rivali per Nibali è stato tutto più facile. Forse è vero, ma di certo la montagna non si è fatta pianura  nè la salita è diventata discesa. Nibali ha schiantato i nuovi rivali Porte, Valverde e Pinot, trionfato su alture impervie come il Tourmalet, mettendo in scena uno spettacolo apprezzato anche dal grande pubblico francese e che non si vedeva da tanti anni. E’ stato un Tour de France diverso, proprio come lo era stato quello del ’98. Sono finiti i tempi in cui si vinceva la grande corsa senza aver mai fatto propria una tappa.

La gente rivuole vedere questo. Vuole vedere le gambe dei ciclisti ballare sui pedali, l’irrigidirsi dei muscoli delle braccia magre, il sudore che gocciolando si impernia con la casacca, la vera agonia e sofferenza sul volto prima che essa si tramuti in gioia e felicità. E’ una bella soddisfazione anche per chi lo segue fin dal suo debutto nel grande ciclismo. Nibali, nato in Sicilia ma cresciuto in Toscana, dove i nervosi colli toschi lo hanno forgiato, fin dall’esordio ha dimostrato di essere un ciclista completo, abile come scalatore, squalo nelle discese, lottatore nelle classiche, combattivo a crono.

Per il siciliano è il terzo grande giro vinto dopo la Vuelta di Spagna nel 2010 e il Giro d’Italia dell’anno scorso. Con anche il titolo di campione italiano in bacheca, gli resta soltanto il Mondiale e una classica importante da vincere.

Comunque sia non sappiamo se Nibali può considerarsi l’erede di Pantani, ma quel che è certo è con oggi lo Squalo è entrato di diritto nei grandi del ciclismo italiano, di cui ne è ora il rappresentante, proprio come lo era stato il Pirata a suo tempo. I 718 chilometri sembrano essere diventati pochi. Messina e Cesenatico non sono mai state così vicine.

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