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tavecchio

24 giugno 2014, la testa di Diego Godin manda  gli azzurri di Prandelli a casa e il calcio italiano in tilt. Il copione è sempre lo stesso, quello classico che si ripete dopo ogni debacle (e quante ce ne sono state) della nostra nazionale. Il pensiero comune è più o meno questo: il calcio italiano è da rifondare, bisogna cambiare, puntare sui giovani e investire sui vivai. Come se il concetto di settore giovanile in Italia non fosse ancora giunto. Neanche il tempo di far rotolare (metaforicamente) la testa di Abete, che il primo nome a farsi avanti per succedergli è lui, Carlo Tavecchio, un signore che alla voce data di nascita sulla propria carta d’identità vanta un bel 13 luglio 1943.

Il problema non sono nemmeno i settantuno anni del nuovo presidente della Figc, anche se qualcuno aveva cercato di proporre il teorema della rottamazione renziana anche alla poltrona più comoda del calcio italiano. Il vero dato sconcertante è che Tavecchio in quel calcio italiano, che tutti definivano da rifondare, ci sguazza dal 1999, anno in cui è diventato presidente della Lega Nazionale Dilettanti. Nemmeno uno scivolone linguistico (ma pur sempre a sfondo razzista) su una buccia di banana, mangiata da un tale Opti Poba da qualche parte in Africa, è bastato a illuminare sulla via di Damasco i signori del nostro calcio che ieri, in massa (oltre il 60% dei votanti) non hanno avuto dubbi nell’affidare il derelitto calcio italiano a chi, seppur in misura relativamente minore, ha contribuito ad affondarlo negli ultimi anni.

Si badi, il problema non è Tavecchio in sé. Che, al netto delle bucce di banana, magari potrà anche (si spera) fare un buon lavoro. Il problema è ciò che Tavecchio rappresenta, ossia quella nomenklatura stantia e rivelatasi incapace di gestire quel calcio che una volta si fregiava di essere il più bello del mondo. Ad onor del vero qualcuno ha provato a cambiare rotta, basti pensare ad alcuni presidenti come Agnelli o ai tanto bistrattati calciatori, gli unici a schierarsi compatti per Albertini che, almeno da un punto di vista anagrafico e di “anzianità di servizio”, poteva rappresentare una rottura col passato. Quella chiave di volta che Tavecchio per forza di cose non rappresenta. Invece, paradosso italiano, pesano i voti della Lega Dilettanti, della Lega Pro. Cui si sono aggiunti quei club di A che a parole invocavano una rivoluzione, e che nei fatti hanno deciso di non decidere. La testa di Godin ci aveva dato una chance di rinnovamento, forse l’ultima, e noi l’abbiamo gettata alle ortiche. Come sempre.

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