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Il nuovo logo del Bari.

Gianluca Paparesta, ex arbitro e ora Presidente del Bari, ha rilasciato una lunga intervista a LaRepubblica.it parlando della maniera in cui ha avuto modo di acquisire la società, degli interventi di cui necessita il Bari e delle ambizioni del club.

Di seguito, tutte le parole di Paparesta: Il Bari è al 95% mio e al 5% di mio padre. Ma la verità è che io oggi sono qui a rappresentare tutti i baresi, perché sono loro i veri proprietari del Bari. Non è una frase retorica e spiego subito il perché ricostruendo la storia dell’acquisto del Bari da parte mia: l‘idea di portare il Bari in mani sicure è arrivata quando ho cominciato a lavorare nel Bari dei Matarrese, ero lì per quello. Non è stato possibile, ma è un discorso diverso. Il Bari è andato all’autofallimento e poi siamo arrivati all’asta. Io non avevo smesso di lavorare un attimo in quel senso. Avevo decine di contatti. Uno portava a questo gruppo indiano che fa riferimento al signor Bhaswar Goswami, della Celebrity management group. Avevano interesse a entrare nel calcio italiano e mi dicono di voler fare parte della partita. Mandano i documenti e pensavo fosse fatta. E invece il Tribunale dice di no. Alla seconda asta gli indiani mi avevano assicurato nuove garanzie bancarie, e invece niente. Mi avevano promesso di entrare con una quota di 3-4 milioni, ma zero: nel frattempo siamo usciti dai play off e sono spariti. Non rispondevano più alle mail, niente. La loro finalità era prendere una squadra di serie A. E non il Bari. Ma quella indiana era soltanto una delle piste. L’altra era quella dei fratelli Rotenberg, i milionari russi proprietari della Dinamo Mosca. Grazie a un contatto che conosco da anni, appassionato di calcio e devoto di San Nicola, li avevamo convinti a comprare il Bari. Ma purtroppo l’embargo ha bloccato l’investimento. Quindi studiamo un’operazione diversa, simile a quella che ha fatto l’Inter di Thohir: tiriamo fuori un business plan che prevede la vendita, in caso di acquisto delle società, di una serie di diritti che il Bari non aveva mai commercializzato. Prendo contatti con la Infront, la società leader dei contenuti televisivi in Italia, e con gli irlandesi di Media Partners & Silva e propongo loro l’affare. A Infront mi impegno a vendere per i prossimi cinque anni una serie di diritti, come quelli di archivio, della produzione audiovisiva, o per esempio i credits sui video game. A Silva invece i diritti pubblicitari e la cessione di tutte le sponsorizzazioni nello stadio, riservandomi per me due sponsor fondamentali: quello di maglia e quello tecnico. In sostanza dico a queste aziende: il Bari ha tifosi straordinari, è un bacino senza fondo, se la portiamo dove merita e cioè in serie A guadagniamo tutti, datemi una mano. E loro accettano il rischio imprenditoriale. E comprano l’opzione. Tra le due cessioni di questi diritti, copro abbondantemente l’asta. Ma ci tengo a precisare che Infront e Silva non sono proprietari del Bari, sono solo partner commerciali. Hanno comprato una cosa dal Bari. E nei contratti sono previsti chiaramente anche dei valori diversi rispetto a quello che accadrà: se il Bari andrà in serie A, entreranno più soldi. I soldi hanno coperto abbondantemente l’asta. C’era poi da saldare i vari debiti e pagare l’iscrizione della società. Ho lavorato con lo stesso modello. Un po’ è arrivato dalla cessione di Ceppitelli, mi è stata anticipata la sponsorizzazione dello sponsor maglia, che è un importantissimo partner internazionale che verrà fuori la prossima settimana. E poi, i tifosi, insisto i veri padroni di questa squadra: il record di Bari-Savona, il dato di Bari-Avellino che sarà sicuramente maggiore, la corsa all’abbonamento hanno permesso al progetto di avere una credibilità ancora maggiore. Tutti si sono accorti cos’è Bari. Ho scelto per esempio il fornitore della biglietteria, la Best Union, che mi ha anticipato parte di quello che avrei incassato. E questo mi ha permesso di chiudere tutta l’operazione. I soldi per i diritti televisivi (ndr, tra i 4 e i 5 milioni) serviranno per pagare il monte salari e poi ci saranno gli incassi delle partite. La mia scommessa è la stessa dei calciatori, dell’allenatore: hanno accettato tutti ingaggi molto più bassi di quelli che avrebbero spuntato altrove, con premi importanti in caso di promozione. Se promossi, mi potrò permettere di pagarli di più. Credono nel Bari e hanno accettato il rischio. Il Bari in serie A converrà a tutti. Per il momento noi ci autososteniamo e stiamo bene. Sono pronto ad aprire il capitale, chiaramente. I contatti con i russi sono ancora in piedi, dipende dall’embargo. Si sono fatti sotto anche italiani, baresi come il gruppo Ladisa con i quali abbiamo cominciato una partnership. Vedremo. Lotito? Con lui ho un ottimo rapporto. Abbiamo preso tre ragazzi di 20 anni della Lazio ed è un affare come tutti gli altri. Ma con il Bari lui non c’entra nulla. Abbiamo preso dal Comune anche lo stadio e il campo di allenamento, ma sono in condizioni pietose. Il San Nicola senza il nostro intervento non avrebbe potuto nemmeno ospitare la Nazionale. Il Della Vittoria è un pugno nello stomaco: collinette di dieci centimetri sul campo, spogliatoi imbarazzanti, il sottopassaggio allagato. Abbiamo speso 300mila euro per il San Nicola: avere l’unico stadio catalogato come opera d’arte e non sfruttarlo è un omicidio. Noi non siamo soltanto una squadra di calcio, siamo anche un’azienda. Dagli uffici, al museo, alle feste, i concerti, inventeremo qualcosa per farlo fruttare. Abbiamo scelto un manager come Barletta, il numero uno. Per il Della Vittoria aspetto un piano dei costi: è bene che il Comune sappia quanto si dovrebbe spendere e poi vediamo di fare tutto. L’obiettivo del Bari? La Serie A“.

 

Claudio Agave

https://twitter.com/ClAgaTVOV

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