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FBL-EUR-C1-ATHLETIC-NAPOLI

E’ il day after dell’eliminazione del Napoli, che abbandona anzitempo il sogno Champions League: quella di ieri è stata una serata triste per il calcio italiano (un po’ meno triste per Juventus e Roma che si sono garantite un incasso inaspettato ma che difficilmente verrà reinvestito sul mercato, con buona pace dei tifosi), con i partenopei, sulla carta e nell’immaginario comune di un’altra categoria rispetto ai baschi dell’Athletic Club, che si sono sciolti come neve al sole nel tempio del San Mames. Il tracollo più che tecnico è stato psicologico: solo così si possono spiegare simili errori (orrori) individuali, con marcature su calcio d’angolo da terza categoria, uscite imbarazzanti e mancate chiusure da parte del difensore più affidabile in rosa, il terzino che si ferma con l’uomo che gli scivola alle spalle.

BARATRO LIGA Questa tuttavia non è la mattinata del processo al Napoli: quello che deve farci riflettere è l’imbarazzante divario che troviamo fra la Serie A e la tanto bistrattata dagli esperti nostrani Liga spagnola. Un pensiero che abbiamo sentito sovente nell’ultimo decennio è quello secondo il quale la Liga sia un campionato “facile” con difese ballerine e di basso livello alle spalle dell’eterno duopolio Real-Barça: una bella favola prima di andare a dormire pensando che il nostro sia ancora il campionato più bello del mondo, ma poco rispondente alla verità dei fatti. Il secondo miglior attacco del campionato italiano (77 i gol dei partenopei, secondi solamente alla Juventus dei record con 80 marcature) ha segnato due gol in due partite grazie a prodezze dei singoli e non al gioco di squadra alla quarta difesa della Liga (39 gol subiti), ma soprattutto la terza miglior difesa del campionato italiano ha subito quattro reti in due partite da un attacco non certo stellare (quinto in Liga con 66 reti, 11 meno degli azzurri in Italia).

Il confronto si fa ancora più impietoso se pensiamo ai risultati a livello europeo: dopo il 2010, anno di grazia dell’Inter del triplete, il calcio italiano ha tirato le cuoia a livello europeo, mentre le spagnole hanno fatto faville. Lasciando perdere il duopolio in Champions League di Real e Barcellona, due squadre oggettivamente al di fuori di parametri umani (e meriterebbe un discorso a parte l’Atletico di quest’anno, arrivato in finale di Champions), diamo uno sguardo all’Europa League, che dovrebbe essere la terra della squadre spagnole “scarse e con difese di burro” che lascerebbero facilmente il passo alle due superpotenze: dal 2011/2012 la Spagna ha piazzato 6 semifinaliste, di cui 3 sono arrivate in finale (l’unica ad aver perso contro una squadra straniera è il Villareal 2011/2012, le altre sono uscite in derby spagnoli). Le italiane? Una, con la Juventus uscita in malo modo contro il Benfica, perdente poi nella finale contro il Siviglia.

MANCA UMILTA’ Preso atto del fatto che la vittoria della Champions League, a meno di miracoli sportivi (che possono sempre accadere, vedi l’Atletico Madrid, ma richiedono un’alchimia molto particolare) è un obiettivo al di fuori del target di qualsiasi squadra italiana, ci vorrebbe una presa di coscienza: per troppi anni ci siamo mascherati dietro all’Udinese che perdeva il preliminari di Champions quando poi le prime tre arrivavano a stento agli ottavi, per troppi anni abbiamo snobbato l’Europa League ritenendola una coppa per riserve alla stregue della Coppa Italia. Quello che manca alle squadre italiane è la presa di coscienza della propria posizione nello scacchiere calcistico internazionale: siamo stati re e regine, passati per alfieri, adesso siamo poco più che pedoni dalla storia lussuosa.

Questo è il momento di rimboccarsi le maniche, aprire gli occhi e pensare alle competizioni che possiamo realmente vincere come a vere e proprie sfide: inutile fare una disperata corsa alla Champions League per poi fare brutte figure (ricordiamo che lo scorso anno solamente il Milan, finito poi ottavo e fuori dalle coppe, ha passato il girone), meglio prendere coscienza della propria posizione e tornare ad essere protagonisti in Europa, partendo dai piani più bassi.