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nazionale italiana calcio amputati
Ci sono storie di calcio che ti fanno riappacificare col mondo intero; prendono tutte le certezze pessimistiche che oramai hai interiorizzato su un mondo come quello del pallone nostrano, che sembra non cambiare mai perchè nessuno vuole cambiarlo davvero, e le disintegrano, le spezzano, dimostrando quanto potere abbia lo sport. Una di queste storie è quella della Nazionale Italiana Calcio Amputati.

Veniamo invitati, nell’ultima mattina di questo Agosto, a prender parte all’amichevole che la Nazionale gioca a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, contro la formazione locale degli juniores. Paolo Zarzana, vice allenatore della Nazionale, caro amico e un miliardo di altre cose, colui che ci ha invitato all’evento, più volte mi ha raccontato di come la Nazionale sia stata creata dal niente, quattro anni fa, grazie alla forza di volontà di un undicenne, Francesco Messori, nato senza una gamba ma non per questo arresosi al sogno di poter giocare a pallone. “Il mio sogno era giocare a calcio con i normodotati” mi racconta Francesco in una pausa della partita; all’epoca, però, i regolamenti non lo permettevano. O meglio, era permesso alle società far allenare i ragazzi amputati ma non si potevano schierare in partite ufficiali.
Qui entra in gioco il CSI, il Centro Sportivo Italiano, che si rende conto della barriera architettonica normativa ed interviene per rimuoverla. “Il limite del regolamento era permettere di far fare allenamento ma non le partite” racconta Massimo Achini, il presidente del CSI. “Così il CSI decide di fare qualcosa; da una parte c’erano le regole, dall’altra le persone. Noi abbiamo deciso di salvaguardare le seconde a discapito delle prime“. Il regolamento del CSI viene cambiato e Francesco ha finalmente la possibilità di giocare un torneo di pallone. “Il CSI mi diede la possibilità di tesserarmi e di giocare delle partite con i normodotati. Qua però realizzai che avevo un altro sogno: volevo giocare con persone come me, persone nella mia stessa situazione“.
Francesco ha un’idea geniale; crea un gruppo su Facebook, Calcio Amputati Italia, mettendo in collegamento ragazzi amputati di tutta Italia con la stessa passione per il pallone. In men che non si dica il gruppo inizia ad avere tantissimi contatti e il CSI aiuta Francesco a realizzare un sogno a prima vista utopistico. In meno di due anni la Nazionale Italiana Calcio Amputati vede la luce, riunendosi una volta al mese presso le strutture di società calcistiche, come la Correggese, che decidono di ospitarla. “Tutto ciò è una fortuna non solo per i ragazzi amputati ma anche per i ragazzi che giocano nelle società che li ospitano” continua il presidente Achini. “A loro è permesso toccare con mano quali siano i veri valori dello sport. E’ questo che il calcio deve fare: prendersi delle responsabilità, testimoniando con coraggio quali siano i veri valori della vita“.

Certo, i problemi non mancano, in primis di natura economica. Le partite contro le squadre che ospitano nelle proprie strutture i raduni della Nazionale servono non solo per sensibilizzare la gente ma anche per raccogliere fondi. Il presidente Achini ne è ben conscio, ammette con sincerità che “cerchiamo aiuti“; del resto, a fine novembre, si dovrà organizzare la spedizione in Messico, alla prima Coppa del Mondo. Già, perchè per la prima volta nella storia, anche l’Italia avrà una sua rappresentativa al Mondiale. Per questo motivo, a metà settembre, i nostri Azzurri prenderanno parte ad un torneo internazionale, in Polonia, per capire quale sia il loro livello. Non sarà la prima volta che si affronterà una compagine internazionale; tra il 2013 ed il 2014 l’Italia ha già disputato due partite contro la Francia ed una contro la Germania. I passi in avanti sono stati tanti; persa la prima, ad Annecy, per 5-1, perso il “ritorno” a Cremona per 2-1 (anche se parecchi atleti dicono come sia stata solo sfortuna e che anche il pareggio sarebbe andato loro stretto dato il gioco espresso), vinta la terza contro i tedeschi per 5-0.
Il presidente Achini non ci pensa neanche un secondo a perdere il sorriso; è orgoglioso e ne ha ben donde. “Siamo una realtà in continua crescita” dice; “la sensazione è che ci sia un mondo sommerso di ragazzi che, al momento, non hanno la possibilità di giocare a calcio. L’obiettivo è far conoscere questa realtà anche a loro“.
A giugno un altro enorme passo è stato fatto. In occasione dell’anniversario dei 70 anni del CSI, Papa Francesco ha incontrato le varie delegazioni sportive e la Nazionale è stata insignita del ruolo di ambasciatrice. Paolo Zarzana racconta di quanto fossero tutti tesi al cospetto del Santo Padre nel momento in cui lo incontrarono; un ragazzo rompe il ghiaccio: “Santità” dice “possiamo fare un selfie?” E Papa Francesco risponde: “Avanti!“.

I ragazzi che fanno parte della Nazionale vengono da esperienze differenti, tutti accomunati dal fatto di non avere più un arto inferiore; ciò fatto salvo per i portieri che, per regolamento, possono avere entrambe le gambe e mancare di un braccio. Alcuni sono così sin dalla nascita, come appunto Francesco Messori; altri hanno dovuto ricorrere all’amputazione in seguito ad incidenti o all’insorgere di malattie. Tutti sono carichi a molla; del resto tra due mesi parteciperanno al loro primo Mondiale.
Parlo con Lele (Emanuele Leone), che mi racconta il modo particolare nel quale venne a conoscenza di questa realtà. “E ‘ grazie ad un mio amico che ho iniziato questa esperienza; aveva visto un video di Francesco su youtube. Cercai Francesco su Facebook e, in pochissimo tempo, imbastimmo la squadra“. Mi spiega che i raduni della Nazionale si tengono ogni mese e, nel frattempo, ogni ragazzo si prende l’impegno di allenarsi con la squadra di calcio del proprio paese.
Poi mi presentano Daniel (Priani), uno dei portieri. Mi racconta che sono 7 mesi che fa parte della Nazionale, ma è da una vita che è portiere. Gli chiedo se è cambiato qualcosa rispetto a prima nel modo di allenarsi e di giocare. Lui mi risponde sorridendo: “Beh io ero destro naturale; le prime volte (dopo che perse proprio il braccio destro) ho dovuto un minimo riadattarmi. Ma alla fine è come prima; non ci si dimentica come si para“.
Conosco Lele, che è in squadra da giugno, quando all’Happy Hand di Bologna, una manifestazione per disabili, fece una partitella e fu subito “ingaggiato”; del resto, basta vederlo giocare per capire quanto sia forte.
Infine parlo con il mister, Renzo Vergnani. Racconta che Francesco era un suo giocatore quando il suo sogno iniziò a muovere i primi passi verso la realizzazione; cerco di andare un pò più a fondo nell’aspetto tecnico, gli chiedo cosa ci sia di differente rispetto ad allenare una squadra di normodotati. “Niente” mi risponde. “Le dinamiche del campo sono le stesse“. Gli confido di essermi reso conto che i suoi giocatori giocano di solito ad un tocco e gli chiedo se sia una cosa che ha richiesto lui. “Sì, ma solo perchè, come in qualsiasi altra squadra di calcio, anche qui c’è gente che è innamorata del pallone e non lo passerebbe mai“.
Già, effettivamente il Mondiale è alle porte, non ci si può andare con gente che non passa mai il pallone.

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