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Ci sono cose, fatti, eventi che restano oscuri ai più, celati sotto la “cortina di fumo” al fine ultimo di non “scoprire” troppo le carte. Alle volte però gli effetti di tali cose “nascoste” e sotterranee giungono fino agli sguardi meno avvezzi, toccando magari gli ambiti più svariati. Il calcio non si esula da tale “canicola”, il business che gira attorno al gioco, forse, più amato al mondo è qualcosa da far impallidire i più, lasciando a bocca aperta persino i più trasognanti amanti del vecchio e caro Football. Oggi MaiDireCalcio accende i suoi riflettori su un ambito nascosto del calcio moderno, la “zona d’ombra” di cui nessuno parla ma che in tanti si trovano a fronteggiare e che risponde al nome di Doyen Group.

COSA E’ DOYEN GROUP Doyen Group è un un fondo d’investimento con sede centrale a Istanbul e distaccamento finanziario a Londra. Dal sito web di riferimento si può notare come il gruppo operi in cinque aree di mercato: metalli e minerali, carburanti e gas, energia e infrastrutture, edilizia e hospitality, e infine sport e intrattenimento. Escludendo di fatto la trattazione sulle materie prime energetiche, che ben poco hanno a che fare con il mondo pallonaro, sebbene ci regalino una discreta panoramica del giro d’affari della compagnia, possiamo, anzi dobbiamo, soffermarci proprio sulla categoria sport&intrattenimento che fa capo ad un distaccamento della holding in questione: Doyen Sport Investment Ltd. La suddetta divisione sportiva ha sede legale a Malta, la sua missione è quella di acquistare in quota o in toto i cartellini di calciatori, commerciando quindi il talento che si traduce facilmente in valore di cartellino e ingaggio, quindi denaro, quindi possibili guadagni. Moltissimi calciatori dal “futuro già scritto” sono in mano a questa compagnia, su tutti: Alvaro Morata, Alvaro NegredoCasemiro, Dusan Tadic, Eliaquim Mangala, Felipe AndersonKondogbia, Leandro Damião, RojoRadamel Falcao e Steven Defour. In aggiunta la holding amministra pure i diritti pubblicitari e d’immagine di un super pezzo da novanta come Neymar Junior.

DOYEN SPORT “MODUS OPERANDI” Se è vero che in passato, in terra sudamericana soprattutto, ci sono sempre stati fondi monetari che avevano in mano i cartellini di moltissimi giovani promettenti prossimi al lancio nel “vecchio continente”, e la stessa Doyen Group aveva iniziato in questo tipo di modo, bisogna allora capire come può il suddetto fondo di investimenti interfacciarsi con i club, magari quelli europei. Negli ultimi anni si sente parlare spesso di “sponsorizzazione” per contribuire al bilancio del club, sono tipiche quelle degli sponsor tecnici e ufficiali (la prima è il marchio che produce la maglia da gioco, il secondo quello che ci mette il proprio marchio sopra); Doyen in tal senso non è da meno, come dimostrato qualche anno fa nella Liga spagnola, dove Gyon, Atletico Madrid e Getafe furono affiancate da quest’ultima per immettere denaro fresco nei propri conti. Non è un caso infatti rintracciare il suddetto diktat sul sito ufficiale “Doyen Sport Investment è un gruppo privato il cui scopo è garantire una fonte alternativa per il finanziamento dei club calcistici”. L’idea è quindi quella di stipulare accordi con delle società, garantendo possibilità di investimento e capacità d’acquisto, magari proprio per qualche giocatore giovane, di prospettiva, pronto per il grande calcio, chi meglio allora di qualche pezzo grosso che la stessa Doyen Group può vantare? La società riesce quindi ad acquisire la percentuale di proprietà della squadra dove è “parcheggiato” il giocatore, Doyen mantiene la sua percentuale e opera da “ponte” nella trattativa, con tanto di rimborso sull’acquisto previsto in base alla percentuale di detenzione del cartellino posseduto dal fondo. Il mercato finisce, inizia la stagione: il giocatore gioca, cresce, aumenta il suo valore, la squadra magari vince, i tifosi esultano. Insomma tutti felici e contenti. E Doyen Sport? Anche loro sono felici e contenti, del resto il cartellino rimane, anche, in mano alla Holding. Ecco quindi che la valutazione aumenta  e i soldi, di lì a poco, iniziano a ritornare con tanto di interessi.

DOYEN CREA NUOVE BIG L’impatto che il lavoro di Doyen Sport può avere su di una squadra è quello di renderla, in breve tempo, molto competitiva e, passati anche un paio d’anni, una vera e propria big, senza parlare poi della possibilità di salvaguardarla da eventuali fallimenti, nel caso il club fosse sull’orlo del baratro. Basta citare alcuni esempi quali possono essere: Atletico Madrid e Porto. Nel 2011 i Colchoneros sono reduci da un’annata deludente: settimo posto in campionato e fuori dall’Europa League. Il debito con la pubblica amministrazione è notevole, gli introiti derivanti dai premi e dalle tv bassi (alla luce del piazzamento ottenuto nel finale). L’unica via è vendere i pezzi grossi della squadra e rimettere i “conti a posto”, evenienza questa che porta una 90ina di milioni di € nelle casse spagnole. Sul finale del mercato però l’Atletico si rinforza pesantemente comprando vari giocatori, Falcao su tutti (40 mln di €), con il sovvenzionamento “aiuto” appunto di Doyen per il 55% del cartellino del colombiano. Per i lusitani discorso diverso, nel bilancio 2012/13 si evidenziano notevoli plusvalenze legate alle cosiddette Tpo (Third party ownership, ovvero i fondi che fanno da intermediari) e derivanti dalle cessioni al Monaco di Moutinho e James Rodriguez, assistiti, dalla Gestifute di Jorge Mendes. Investimenti che sommati tra loro permettono, negli ultimi 5 anni, plusvalenze per oltre 200 milioni di euro.

DOYEN OUT IN ITALIA E INGHILTERRA Nelio Lucas, Ceo di Doyen spiegò al Sole 24 Ore “Come testimoniato dalla realtà spagnola e portoghese, fondi e società di investimento rendono le società sportive maggiormente competitive, facilitando la raccolta di risorse finanziarie e migliorando le condizioni contrattuali relative ai contratti di acquisto e cessione dei giocatori”. E’ vero però che il tutto sembra tradursi in un gioco al rialzo a cui moltissime compagini non vorrebbero sottostare, tanto che la “discesa” della Holding in paesi come l’Italia e l’Inghilterra è tutt’altro che vista di buon occhio, con la glissa finale della federazione inglese Crediamo che questa pratica minacci l’integrità delle competizioni, riduca il flusso dei ricavi provenienti dai trasferimenti e abbia il potenziale per esercitare un’influenza esterna sulle decisioni dei giocatori“. Ed è questo il caso di Marcos Rojo, giocatore trasferitosi dallo Sporting Lisbona al Manchester Utd nell’ultima finestra di mercato; la sua partenza, costata ben 20 mln di € ai Red Devils ha fatto scattare un contenzioso notevole, con il fondo Doyen che sarebbe pronto a portare in tribunale i lusitani costretti a versare a Nelio Lucas il 75% dell’investimento inglese, a cui bisognerebbe poi sottrarre l’importo dovuto allo Spartak Mosca (ex squadra dell’argentino), il che porterebbe lo Sporting a ricavare appena 3 mln di € dall’operazione, con una minusvalenza di circa 2 mln di € rispetto al pagamento al momento del trasferimento in Portogallo, senza contare le spese fatte negli anni per l’ingaggio del giocatore, insomma un affare a perdere, non solo denaro, soprattutto sovranità “patrimoniale calcistica”.

MORALE FINALE Non è facile districarsi in questo ambito anzi, è abbastanza difficile poter esprimere un parere che sappia conciliare l’aspetto tecnico-tattico con quello aziendale-amministrativo. Quello che deve far riflettere riguarda soprattutto l’idea che “il gioco vale la candela”, una scommessa per essere tale deve presentare margini di riuscita ma, soprattutto, di rischio. Un presidente che si vede “sfilare” il proprio patrimonio dalle mani non risulta proprio entusiasta, ed è questo il motivo per cui prima di fare degli accordi o legittimare determinati comportamenti bisogna avere gli occhi ben aperti, onde evitare di ricadere della favola della “Capra e dei cavoli”, e ritrovarsi quindi a salvare la competitività rimettendoci il proprio patrimonio tecnico.

Stefano Mastini  

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