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coeck

Ottobre 1985: un calciatore sta percorrendo in macchina l’autostrada Bruxelles-Anversa dopo essere stato ospite di un programma televisivo. Davanti a milioni di spettatori, ha parlato delle sue condizioni fisiche, del martirio che lo tiene lontano dal pallone e dai campi di gioco. Ma anche del fatto che conta di riprendersi in fretta per tornare a fare ciò che gli riesce meglio: regalare spettacolo. Il Fato però ha programmi differenti per tale artista del rettangolo verde. Programmi decisamente meno lusinghieri. Il ragazzo rimane coinvolto in un incidente stradale con un camion e un’altra auto. La sua vettura s’infrange sul guard rail. Le condizioni sono disperate. Morirà poco dopo. Il tempo è scaduto.

Ci siamo spesso ritrovati in questa rubrica a parlare di happy ending, redenzione, di Inferno e ritorno. Ma questa volta non ci sarà lieto fine. Perché Ludo Coeck, ispirato calciatore belga, è stato forse uno dei più sfortunati interpreti del beautiful game mai esistiti. Vittima di una negatività che lo ha tenuto per mano persino (e soprattutto) in quell’Ottobre dell’85, senza un motivo logico e giustificazioni (a prescindere campate in aria) per eventuali demeriti in vita. Coeck lasciava un patrimonio di giocate, soddisfazioni e vittorie ma anche delusioni e fallimenti. Perché è lecito credere che, senza tutti gli infortuni che lo hanno perseguitato, Coeck sarebbe potuto risultare molto più conosciuto di quanto effettivamente sia adesso.

Ludovic Coeck nasce a Berchem, vicino ad Anversa, nel 1955. Comincia a muovere i primi passi nel calcio crescendo (bene) nelle giovanili della squadra della sua terra natìa. Tatticamente poliedrico (iniziò come punta per poi spostarsi nel cerchio di centrocampo, con qualche scampagnata in mezz’ala), il ragazzo evidenza subito qualità superiori a quelle dei suoi compagni. La naturale conseguenza di tali abilità è l’esordio nel massimo campionato belga ad appena 17 anni. La squadra che lo accoglie nel campionato maggiore è l’Anderlecht, di cui Ludo Coeck diventerà una vera e propria bandiera: dal 1972 al 1983, infatti, Coeck giocherà più di 300 partite segnando una 60ina di gol. Con l’Anderlecht Coeck vincerà praticamente tutto: 2 campionati, 3 Coppe di Belgio, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Uefa e 2 Supercoppe Uefa. Nel periodo sopracitato Coeck diventa una vera e propria Leggenda in patria: è per osmosi il giocatore più forte di tutti, praticamente 3 spanne avanti agli altri. A soli 19 anni diventa titolare della Nazionale. Si guadagna, a ben donde, il soprannome di Ludo Boom Boom per via delle caratteristiche cannonate con cui è solito perforare i portieri avversari. Il mondo intero si accorge del suo innato talento durante i Mondiali di Spagna 1982: nella sfida contro l’Argentina riesce a far passare in secondo piano addirittura Maradona e in quella contro El Salvador riuscirà a mettere a segno una bellissima marcatura da più di 40 metri. E dire che la platea mondiale avrebbe potuto ammirarlo anche precedentemente, se un grave infortunio non gli avesse impedito di partecipare agli Europei del 1980, nei quali il Belgio si classificò secondo. Un primo segno del Destino. Un sentore di una fragilità fisica che ne avrebbe poi compromesso la carriera e, di riflesso, la vita.

Dopo il Mondiale è ormai Coeck-mania: il belga dal baffo biondo e dal sinistro dinamitardo è seguito praticamente da tutta Europa. Giusto il tempo di vincere l’ultimo trofeo del 1983 con l’Anderlecht e Coeck decide che è arrivato il momento di accasarsi altrove. Il Vecchio Continente gli porta in dote il Milan: il talentuoso calciatore aveva già incontrato il vice Presidente Nardi e il tecnico Castagner, mancava solo la firma. Ad un certo punto, però, s’inserisce l’altra squadra di Milano: l’Inter ripiega su Coeck dopo aver perso Falcao, praticamente acquistato dai nerazzurri ma “bloccato” dalle bizze dei tifosi della Roma e da pressioni provenienti da alte sfere (addirittura si disse che Andreotti, noto tifoso romanista, intervenne per bloccare la cessione). L’offerta di 2 miliardi di lire supera quella dei cugini, e Coeck si accasa dall’altra parte della barricata. Nessuno sa che, da quel momento in poi, la sua carriera e la sua vita prenderanno una piega terrificante e drammatica.

Coeck arriva all’Inter a 28 anni, sostanzialmente nel pieno della sua età e maturità calcistica. A Milano sanno di aver fatto un grandissimo colpo: vogliono costruirgli la squadra intorno. Coeck stupisce tutti presentandosi in conferenza con una leggera ma apprezzabile padronanza della lingua italiana (in generale il ragazzo masticava 5-6 lingue differenti), che aveva precedentemente studiato nel caso di arrivo nel campionato di Serie A. Il belga sembra il calciatore (e l’uomo) giusto da cui ripartire. Non ci sarà però felicità nell’esperienza italiana di Coeck. Fin dal precampionato, infatti, Coeck sembra predisposto ad infortuni di ogni genere: si procura uno stiramento in amichevole con il Livorno e una distorsione alla caviglia con il Parma in Coppa Italia. Riesce ad iniziare il torneo ma ad Ottobre si infortuna nuovamente in una gara contro l’Udinese per via di un problema al costato. L’infortunio più grave, però, arriverà con la maglia del Belgio: durante una gara valevole per le qualificazioni ad Euro 1984 contro la Svizzera un altro guaio alla caviglia lo mette ko. L’Inter non ne può più e, dopo 15 presenze totali (di cui 9 in Serie A) senza lo straccio di una rete o di una giocata degna di nota decide di metterlo nella lista di sbarco. Coeck non vuole però lasciare l’Italia, conquistata dopo anni di sacrifici e spettacolo. Si cerca di trovare una squadra nella quale il ragazzo possa rilanciarsi per far vedere finalmente di che pasta è fatto. La squadra in questione risulterà essere l’Ascoli, che accoglierà Coeck con trionfalismo e amore incondizionato, come un Eroe di guerra appena tornato a casa. Il club marchigiano però ha fatto inserire una particolare clausola nel contratto del giocatore: qualora Coeck risultasse non integro fisicamente, la società potrà rimandarlo indietro senza farlo giocare. Purtroppo fu proprio ciò che accadde: Coeck s’infortuna nuovamente prima dell’inizio della stagione e l’Ascoli lo rimanda all’Inter. I nerazzurri, disperati e ormai non più disposti ad aspettare, gli rescindono il contratto. Nel frattempo a Coeck viene riscontrata anche una malformazione all’anca, dalla quale inizialmente proverà a curarsi senza successo.

La vita di Coeck sta precipitando in una spirale oscura: il suo matrimonio termina in maniera fallimentare e il ragazzo, una vera e propria calamita di infortuni, è costretto a farsi operare per il problema all’anca (dopo essere già finito sotto i ferri per i vari infortuni precedentemente vissuti). Coeck però non ci sta, non vuole sentirsi già un ritirato. Il sogno di diventare un Grandissimo lo spinge, dopo un anno di inattività, a tornare in Belgio. Firma un contratto con il Molenbeek. E’ il 1985. Coeck non metterà mai piede in campo per la sua nuova squadra. L’ospitata in tv per parlare del ritorno e poi l’incidente: fegato distrutto, trauma cranico gravissimo ed emorragia cerebrale. Il trasporto in ospedale non servirà. La triste vita di Ludo Coeck si chiude a 30 anni in un modo tremendo. Il calcio europeo ed italiano perde un ragazzo mai sopra le righe, una persona a modo lontano dagli occhi indiscreti del gossip e dei media. Non un capello fuori posto, mai persona fu più ordinaria. E’ proprio vero che se ne vanno sempre i migliori.

Coeck lascia in eredità un grande vuoto negli amanti di un calcio vintage e spettacolare come quello degli anni ’80, ma anche grandi giocate e vittorie indelebili. Un campione forse troppo poco conosciuto ma che ha regalato ai suoi tifosi le gioie e i trionfi di cui la Dea Bendata scelse di privarlo per gran parte della sua esistenza. Un formidabile “atleta di nicchia” devastato da un Destino fin troppo beffardo.

 

Claudio Agave

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