SHARE

stadi vuoti

 

Con l’1-1 di ieri nel derby fra San Marino e Santarcangelo si è finalmente conclusa la giornata del campionato di Serie C, anche se più che di “giornata” si è trattato, come al solito, di una maratona. Sì perché, nell’indifferenza generale, quest’anno la terza divisione nazionale (tornata al formato storico con tre gironi da venti squadre cadauno) viene settimanalmente violentata dal tragicomico calendario “spezzatino” voluti da Macalli and co. per esigenze televisive. In sostanza le gare sono spalmate su quattro giorni, con incontri che si giocano a tutte le ore possibili: delle trenta partite in programma complessivamente nei tre giorni di Lega Pro, infatti, due si giocano il venerdì (una alle 19.30 e una alle 20.45), quattordici il sabato, in cinque orari diversi (tre partite alle 14.30, tre alle 15.00, tre alle 16.00, tre alle 17.00 e due alle 19.30) e altre tredici si svolgono la domenica, sempre in cinque diversi orari (con una fantastica partita alle 11 di mattina). A chiudere i giochi ci pensa un succulento posticipo del lunedì sera, fissato alle 20.45. Un vero e proprio caos, che non dà più riferimenti ai tifosi e finisce inevitabilmente per falsare un campionato in cui l’esito sportivo e la passione del pubblico, ormai, non sono altro che un fastidioso effetto collaterale: la sfida che interessa realmente è quella fra le emittenti per i diritti tv, alla faccia dei tifosi.

Da quest’anno, così, tutte le partite vengono trasmesse in streaming sul canale tematico della Lega Pro. La visione quest’anno è completamente gratuita ma dall’anno prossimo dovrebbe essere a pagamento. L’importante, dunque, è giocare, non importa come, dove, quando e perché, non conta che gli stadi siano vuoti (tanto sugli spalti si possono mettere dei tifosi di cartone, soluzione tampone sperimentata già a Trieste qualche tempo fa): l’unica legge che conta è quella dei soldi (pochi e subito) che rischiano di distruggere definitivamente quello che un tempo era uno dei tornei seguito con più passione in tutt’Europa.

A fine stagione si stileranno i bilanci, ma è evidente già da queste prime giornate che allo stadio, dove già il pubblico era in lento ma costante declino, non va più nessuno. Ma che senso e, soprattutto, che audience hanno certe partite dal tasso tecnico già di per sé scadente giocate davanti a 100 spettatori? Perché investire esclusivamente sul pubblico televisivo, virtuale, se poi manca quello reale? Che appeal può avere un campionato in cui manca la contemporaneità fra le gare?

“Basta tessera del tifoso, riportiamo la gente allo stadio, soprattutto famiglie e bambini” era solo uno slogan, la realtà dei fatti si chiama campionato “spezzatino” e rappresenta l’ennesima occasione persa dal calcio italiano per rilanciarsi e riaprire gli stadi alla gente, specialmente ai bambini, i quali, in futuro non troppo lontano, sentiranno raccontarsi dai padri le emozioni generate da un calcio giocato la domenica, da giocatori con indosso maglie che andavano dall’uno all’undici, in un tripudio di entusiasmo e colori. Un calcio che non c’è più.

 

SHARE