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Lunga intervista concessa da Evra a Repubblica: il giocatore francese si è raccontato il molti aspetti della sua vita da calciatore toccando molte corde interessanti. Sicuramente hanno colpito le parole sul numero 6 della Juventus, la vera stella della squadra, Paul Labile Pogba, compagno già ai tempi di Manchester: “Paul per me è come un figlio, quando se ne andò Ferguson mi mandò a casa sua per convincerlo a restare: passò notti insonni e pianse perché sapeva che sarebbe potuto diventare più di Vieira, ma ormai aveva deciso. Ferguson sapeva che Pogba sarebbe potuto diventare fortissimo, ma quello non era il momento giusto per forzare i tempi“.

LO UNITED POST-FERGUSON Inevitabile cercare di capire da un inside man quello che sta succedendo allo United che, nonostante i grandissimo giocatori, non sta riuscendo ad ingranare a pieno regime: “Ferguson era il cuore del Manchester United. Aveva fatto in modo che la squadra fosse una famiglia con una cultura ed una filosofia: vincevamo per quello, non perché eravamo i più bravi. Ne ho parlato anche con i Glazer, a Manchester sono molto ascoltato: serviva uno che sentisse la pressione del passato, che fosse uno della famiglia, già con Giggs andò meglio, ho sofferto molto per Moyes. Non so se i giocatori di oggi siano adatti: sono molto forti, ma per il Manchester devi essere pronto a sacrificare tutto“.

CARRIERA SOFFERTA Non guardatelo adesso, da vincitore della Champions League e leader della Nazionale francese. Patrice Evra è un proletario del calcio: “Se ho un carattere duro? E’ stato forgiato perché a me non hanno regalato mai niente. Giocavo in una squadretta gemellata col Rennes, ogni anno facevo il provino e ogni anno mi dicevano che mi avrebbero richiamato a Natale. Sto ancora aspettando quella telefonata“.

AGAINST RACISM Il francese è anche uno dei baluardi della lotta al razzismo nel mondo, basta ricordare il caso che lo vide vittima di Luis Suarez: “Suarez mi chiamò negro per sette volte? Mi hanno lanciato banane e ululato dietro, e per quello non me la sono mai presa: è l’ignoranza che porta alla paura del diverso, posso capirlo. Da Suarez non me lo aspettavo perché era un collega, stavo per reagire ma poi mi chiesi: e adesso che faccio, gli do un pugno che farà il giro del mondo? Sarà questo l’esempio che darò ai bambini? L’ho perdonato e l’ho anche votato come miglior giocatore della Premier: al calciatore non porto rancore. L’uomo? L’uomo non mi interessa, se ci troveremo contro gli darò la mano. Forse nei tackle sarò un po’ più duro del necessario“.

 

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