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Due gol subiti e sconfitta bruciante: questo è il destino comune che hanno dovuto affrontare nella giornata di ieri le due finaliste dello scorso Mondiale in Brasile. L’Argentina è stata sconfitta dagli arci-rivali del Brasile in una sfida lontano da casa a Pechino, mentre ai tedeschi stavolta è andato male il tentativo espugnare il territorio polacco (permetteteci il parallelismo storico-calcistico). Due sconfitte così simili eppure così diverse che riportano con i piedi per terra le due squadre che fino a qualche mese fa erano sul tetto del mondo e che ora dovranno ricominciare dal basso a costruirsi un blasone che pareva spettare loro di diritto.

PANZER A LUNGO TERMINE- Il titolo di “campioni del mondo” ha rappresentato un traguardo decisivo per diversi giocatori chiave della nazionale tedesca che, dopo aver toccato l’apice, hanno deciso di dire addio alla selezione di Low. Da qui il bisogno di attingere alle nuove leve, giocatori giovani ma che siano già pronti a prendere il posto delle vecchie glorie. In Germania di giovani talenti ce ne sono in abbondanza, ma tutto sta nel riuscire a creare il giusto assortimento tra spensieratezza ed esperienza che possa dare frutti e risultati positivi. Il risultato è per ora un “work in progress”, con giocatori d’esperienza seppur giovanissimi come Goetze, Reus, Mueller o Oezil a cui tocca il compito di fare da chioccia a nuovi arrivi come Bellarabi, Kramer e Rudy, Rudiger e Ginter,  lanciati in prima squadra e obbligati a prendersi la responsabilità di difendere un titolo davvero pesante. Impossibile aspettarsi da subito il gioco, lo spettacolo e la sicurezza dello scorso luglio, ma il potenziale è davvero enorme e, se il lavoro di Loew sarà fruttuoso come quello con cui ha “cresciuto” la nidiata precedente, tra due anni ci troveremo di fronte una Germania forse addirittura più pericolosa di quella osservata in Brasile. Non lasciatevi ammaliare dei due schiaffoni rimediati in Polonia: mai, mai sottovalutare la Germania.

STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE- Molte meno giustificazioni invece per la finalista sconfitta in quel di Rio: l’Argentina ha cambiato praticamente solo l’allenatore, con il Tata Martino che ha ora il compito di  conferire alla seleccion quello sprint necessario per raggiungere la vetta. Nonostante l’entusiasmo della nuova gestione e la rosa ricca di talenti, l’albiceleste permane negli errori e nelle difficoltà viste fino a pochi mesi fa. Continua a non esserci Tevez, ma il gruppo pare tutt’altro che solido, con i vari talenti che fanno i solisti e si specchiano nelle loro qualità invece di cercare lo scambio con i compagni per il bene comune. L’avversario è di certo superiore alla Polonia, ma il Brasile vincitore per 2 a 0 al di là di Neymar (e hai detto niente), David Luiz, Oscar e pochi altri è ad un livello qualitativo obiettivamente inferiore a quello della nazionale di Martino, che nonostante tutto non è riuscita a scalfire la porta difesa da Jefferson. L’Argentina ha scelto di non cambiare, ma percorrere questa strada vuol dire identificare i difetti della squadra ed eliminarli, altrimenti si rischia soltanto di replicare una brutta copia della nazionale che era, buona solo a mascherare le brutte figure sbandierando il titolo di vice-campione del mondo. La difesa balla ed urge un leader che al momento non può essere né Demichelis né tanto meno Fernandez, ed in attacco, dove la qualità abbonda, serve la cattiveria necessaria a spaccare la porta. In casi come questo, un Apache in più non potrebbe che far comodo. Che ne dici Tata?