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John Cena

Molto frequentemente ci si è trovati a leggere o parlare di wrestling con accezioni non propriamente positive. Soprattutto nel nostro Paese questa disciplina sportiva è stata spesso osteggiata e vittima di critiche, nella maggior parte dei casi, decisamente ingiuste e pervenute da personalità di rilievo e non che, in effetti, con il wrestling avevano ben poco a che fare (il tutto specialmente dopo le tragiche scomparse di Eddie Guerrero e Chris Benoit, che hanno fatto scappare via le tv in chiaro). Ma, dopo un momento di “morte apparente”, il wrestling è tornato ad essere seguito nuovamente con passione da una considerevole fetta del pubblico generalista italiano. E’ arrivato quindi il momento di fare un po’ di chiarezza riguardo l’argomento. Con la speranza, ovviamente, di poter parlare più spesso di wrestling anche su Mai Dire Calcio.

Per iniziare ad approcciare il tutto, bisogna cercare di comprendere a pieno la vera natura di tutto ciò, compresi meccanismi e situazioni che sfuggono all’osservatore o al critico medio. Il wrestling è molto famoso soprattutto in paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Messico e il Giappone, dove magari è conosciuto con accezioni differenti ma con gli stessi comuni denominatori. Nasce ufficiosamente nei primi anni del XX° secolo e si ispira principalmente al catch, alla lotta greco-romana (disciplina olimpica), e alle arti marziali in generale. Difatti, ogni lottatore possiede un suo stile di lotta in base alla categoria e alle sue qualità “offensive” (piccolo esempio: un peso leggero baserà ovviamente le sue manovre d’attacco su voli e acrobazie, un wrestler tecnico cercherà di soggiogare l’avversario tramite l’utilizzo di manovre di sottomissione o prese, un peso massimo provvederà a portare i suoi attacchi all’avversario mediante trame impattanti e secche che, pur mancando di apparente tecnica, possono essere devastanti). E’ importante saper riconoscere come, nel corso degli anni, anche il wrestling (come tutto nella vita) si sia saputo adattare, modificare e riprogrammare in base al periodo storico vissuto. Prendiamo in esempio la WWE (World Wrestling Entertainment), la compagnia di wrestling più importante e mainstream nel mondo: se nelle scorse decadi abbiamo assistito ad ere dove il personaggio in sé (Gimmick Era) o la violenza verbale e fisica (Attitude Era) risultavano essere al centro di tutto, attualmente ci troviamo in quella che è stata definita la PG Era. In questo determinato spazio storico, sono stati accantonati elementi che potessero richiamare troppa violenza e volgarità: ad esempio, sono stati vietati i blade job (ovvero i sanguinamenti volontari che i wrestler si autoinfliggevano tramite lamette nascoste nei polsini per rendere più spettacolare e cruda la contesa) e i colpi con gli oggetti rivolti alla testa. E’ stato inoltre creato un programma apposito per controllare ed, eventualmente, squalificare lottatori che facessero uso di sostanze dopanti o dannose per il loro stato fisico e mentale (il Wellness Program, che vide la luce dopo la morte di Eddie Guerrero e Chris Benoit) e, dato il vasto pubblico giovanile appassionato a tale sport, si è deciso di dare più importanza e risalto a situazioni social o allo “show” in sé, cercando di plasmare un prodotto che risulti essere maggiormente family friendly.

Da quanto scritto poc’anzi deve partire poi una fondamentale riflessione, volta a scagionare la maggior parte delle critiche che il movimento tutto è solito ricevere: il wrestling non è uno sport a tutti gli effetti, bensì uno sport entertainment, ovvero una disciplina agonistica che, però, tende a mettere in risalto soprattutto le componenti spettacolistiche del suo costrutto. Di conseguenza, paragonare il wrestling a sport come il pugilato o le Arti Marziali Miste risulta notevolmente fuori luogo. Un’altra nota stonata è rappresentata dalla critica secondo la quale il wrestling sarebbe finto senza se o ma. Ancora sbagliato, perché se è vero che gli spettacoli televisivi vengono programmati e scritti minuziosamente (di questo parleremo più avanti in maniera approfondita), è anche giusto capire che, pur sapendo come cadere o attutire i danni di una mossa in ring, ogni wrestler è un atleta con tutti i crismi che si allena tramite programmi di CrossFit o quant’altro per offrire una prestazione fisica che non lo esenta assolutamente da infortuni o grossi guai fisici. Per inciso: le botte se le danno sul serio.

Addentriamoci ora negli aspetti più tecnici della disciplina, ovvero quelli che consentono l’esistenza di un match. Le contese possono ovviamente essere di vario tipo: ci sono incontri 1 vs 1 (single match), match di coppia (tag team match) così come anche sfide in cui lottano 3 o più wrestlers contro (ad esempio il triple treat match o il fatal 4 way match). Contese più spettacolari possono essere quelle in cui vengono meno le basilari regole di squalifica, come l’Hell In A Cell (un match in una gabbia d’acciaio), lo Street Fight Match (che consente ai contendenti di utilizzare oggetti come sedie e tavoli senza incorrere in dq) o il Ladder Match (incontro nel quale per vincere bisogna conquistare la cintura da campione posta in alto servendosi di una scala). Esistono svariate modalità tramite le quali un incontro può terminare: la più frequente è quella del pin, nella quale un wrestler schiena un altro fino al conto di 3 dell’arbitro, avendo la meglio. Un match può però terminare anche in knockout (quando l’avversario non è in grado di continuare a lottare e l’arbitro è costretto a sospendere il tutto), tramite sottomissione o squalifica, così come anche per count out (in questo caso il wrestler che al conto di 10 dell’arbitro sarà fuori dal ring perderà il match). Ovviamente, in base all’incontro a cui si partecipa si possono ammirare particolari eccezioni o varianti del caso (esistono per esempio contese nelle quali vince chi mette a segno più schienamenti nel giro di un determinato lasso di tempo, come l’IronMan match). Il ring in cui si svolgono gli incontri è fatto di strati di gomma, legno ed acciaio, in mondo da rendere meno rovinose le manovre eseguite. Anche intorno al ring ci sono degli strati di gomma sia a terra che sulle ringhiere per proteggere lottatori e pubblico da mosse pericolose.

Ma come viene impostato lo spettacolo del wrestling? Ebbene, è importante conoscere il prezioso e minuzioso lavoro che viene fatto per creare tale show. Come accennavamo poco fa, ogni puntata televisiva di uno show videotrasmesso si basa su una rigida sceneggiatura scritta nei giorni precedenti e che, solo dopo approvata, potrà essere effettivamente in vigore. Forse non ci crederete mai, ma la WWE ha spesso ingaggiato sceneggiatori e registi di Hollywood proprio per rendere più appetibile e professionale il suo prodotto. Ognuno ha un suo specifico ruolo, dall’arbitro ai lottatori, passando per i telecronisti che possono svariare ed improvvisare ma che devono seguire per grandi linee un copione. Il tutto per regalare al pubblico delle contese entusiasmanti. Essendo un qualcosa che si ispira a prodotti televisivi come fiction, film e, perché no, anche soap opera, il wrestling ha bisogno di contrapporre diverse fazioni per creare interesse nei fan. Avremo quindi un lottare per cui il pubblico dovrebbe fare il tifo (il face, ad esempio The Rock) e uno che il pubblico tenderà a fischiare o ignorare (l’heel, come spesso in carriera è stato Randy Orton). Anche qui però esistono dell’eccezioni, come il tweener, una sorta di cool heel o lottatore non schierato che agisce secondo criteri personali ma che il pubblico è solito amare proprio per la sua “follia” (l’esempio più lampante è di sicuro “Stone Cold” Steve Austin). Per far si che un lottatore sia sostenibile o meno, o semplicemente per renderlo credibile agli occhi del pubblico, sarà necessario scrivere bene il suo personaggio, programmando un percorso fatto di affermazioni decise e continue che porteranno il lottatore ad un ruolo di primo piano. Tutto questo processo viene chiamato booking, e ad occuparsene sono i cosiddetti bookers. Molto importanti sono anche le entrate in ring: bisogna scegliere la giusta musica e le giuste coreografie per fare presa sui paganti e non. Tantissimi sono i wrestlers che devono parte della loro fama anche alla loro entry music (Edge faceva il suo ingresso con Metalingus degli Alter Bridge, Batista con I Walk Alone dei Saliva e, soprattutto, Triple H con The Game dei Motorhead). I lottatori ricevono poi i loro personali copioni con gli eventuali promo in microfono da imparare nel giro anche di pochi minuti. Sembra strano, ma sovente capita che ci sia qualcuno che s’iscriva ad un corso di recitazione per imparare a fare tutto ciò nell’ambito del wrestling, poiché qualità interpretative e attoriali sono fondamentali per la riuscita di un personaggio. Come è stato possibile vedere in questi anni, in molti poi hanno fatto il percorso inverso riuscendo a raggiungere le sale cinematografiche ed iniziando una promettente e costruttiva carriera nel mondo del cinema e delle serie tv (anche qui impossibile non citare The Rock, Hulk Hogan, Batista, John Cena ma anche Edge, Steve Austin, Kevin Nash e Randy Savage). Tutto questo però deve reggersi in piedi con un solo e unico scopo: quello di raccontare al pubblico una storia.

Due o più lottatori, infatti, devono dare vita ad un feud, una faida con l’intento di coinvolgere gli appassionati. La storia, oltre che ben scritta, dev’essere interpretata al meglio dai lottatori coinvolti sia al microfono che durante il match in sé (non a caso nei centri di allenamento per giorni alcuni atleti preparano minuziosamente la struttura del loro incontro). Ogni feud acquista importanza o meno anche rispetto alla posizione nel roster (il gruppo di lottatori) del wrestler che vi partecipa. Se il feud vedrà protagonisti atleti imbottigliati nel low-carding o nel mid-carding (lottatori di basso o medio appeal) avrà un seguito minore, se al loro posto ci saranno lottati presenti nell’upper-carding o nel main eventing i risultati saranno decisamente differenti in termini di coinvolgimento emotivo e di tifo. Per completare la card di un tv show o di un house show (spettacoli senza telecamere) sono comunque fondamentali feud di tutti i tipi, che coinvolgano lottatori o lottatrici di ogni categoria, persino un jobber (atleta che perde praticamente qualsiasi match a cui gli capiti di prendere parte) può giocare un ruolo decisivo per la costruzione di un personaggio da lanciare al grande pubblico. Ed, in effetti, il vero protagonista di tutto ciò è solo ed esclusivamente il pubblico, che nel corso degli anni è divenuto più maturo e competente e che spessissimo si trova letteralmente a promuovere o bocciare un atleta, una determinata storia e quant’altro. Lo spettatore è l’ago della bilancia della disciplina e tutto va costruito in sua funzione.

Una digressione va fatta proprio riguardo la maniera di uno spettatore di seguire questo sport. Esistono principalmente due tipi di “tifoso”. Innanzitutto quello definito mark, ovvero colui che, consapevolmente o meno, decide di stare alle “regole” del wrestling prendendolo per quello che è (o, a volte, non sapendo riconoscere affatto che si tratti di qualcosa di parzialmente costruito) e dandogli maggiore accezione di realtà. Categoria ben più complessa è quella del tifoso smart: tale appassionato è perfettamente cosciente di ciò che il wrestling rappresenta e lo vive cercando di analizzarne le cose giuste o sbagliate e basandosi soprattutto sulle cose tangibili, come la determinata tecnica o scarsezza di un lottatore o la bellezza di un feud. Il tifoso smart è una vera e propria mina vagante perché di solito capita che, in virtù di quanto appena detto riguardo le caratteristiche di cui tener conto, si ritrovi a tifare un lottare che in teoria sarebbe heel ma che, secondo il suo ragionamento, merita sostegno per le sue qualità intrinseche e i suoi meriti in ring o al microfono, oppure fischi un lottatore che dovrebbe essere face per via di un’antipatia dettata dalle troppe vittorie che offuscano gli altri (emblematico in tal senso il caso di John Cena, che la Federazione ha voluto imporre a tutti i costi come volto della compagnia in ogni maniera possibile contravvenendo al volere dei fans, rendendolo il lottatore più discusso dell’ultima decade). Esiste anche una terza categoria di tifoso “non ufficiale”, ovvero sia lo smark, una sorta di ibrido delle precedenti tipologie che, sostanzialmente, fonde le caratteristiche dei due tifosi precedenti unendole in un connubio di realismo nella finzione.

Queste sono solo alcuni dei perni sui cui si regge il wrestling moderno. Ovviamente quanto abbiamo scritto non può bastare a riassumere al meglio la complessità del wrestling, uno sport entertainment che ha coinvolto e continua a coinvolgere milioni di persone in ogni parte del mondo. Contiamo però di continuare a parlarne nella nostra testata, per provare a ridare giustizia ad una movimento troppo spesso preso di mira senza motivi realmente validi. E che, in fondo, diverte chi lo guarda come poche cose al mondo.

 

Claudio Agave 

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