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milan-inter

“Non andartene docile in quella buona notte, i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno; infuria, infuria, contro il morire della luce.”

Ecco che dopo la poesia augurale non si può che non passare al “lancio” stesso, o meglio al “rilancio”, perchè questo è il Derby della “Madonnina”, Milan-Inter, una possibile, propositiva, speranzosa occasione di “risorgere” bipartisan, entrambe le formazioni hanno infatti il dovere “speciale” di farsi perdonare dal proprio pubblico qualche passo falso di troppo, magari sfruttando anche lo stop giornaliero del Napoli e della Sampdoria per prendere il largo. Soprattutto stiamo parlando di due squadre ormai lontane, nel tempo e nello spazio, dai risultati degni del proprio nome, quasi fossero “congelate” in un’altra galassia lontana, lontana (detto alla Star Wars).

I PREAMBOLI Ci sono tutti, o almeno, sembrerebbero esserci alla vigilia: Inzaghi è un tecnico nuovo, alla sua dodicesima panchina in Serie A, dopo un avvio di campionato scoppiettante si sono registrate le prime battute d’arresto e perplessità sul modulo da prendere in considerazione, il set di giocatori da utilizzare varia di partita e, soprattutto in avanti, il Diavolo sembra poter contare su qualità importanti. Dall’altra parte non ne parliamo, Roberto Mancini si è appena insediato sulla panchina nerazzurra, il modulo è, praticamente, “nuovo di zecca”, i giocatori anche, su tutti Obi e il ripescato Guarin, in disuso pezzi sotto accusa come Vidic e Medel, Kovacic finalmente trequartista. Insomma gli ingredienti per vedere del buon calcio d’annata sembrano presenziare al nostro tavolino. Ed invece tutto il contrario, ne esce fuori una partita molto discontinua e spezzettata con molti falli da entrambe le parti, tanti dei quali tattici, in cui le difese e i mediani di contenimento si riscoprono filibustieri di prima fascia, con buona pace degli stessi allenatori che si fanno l’un l’altro gabbare dal momento delle proprie squadre, con Inzaghi che sceglie il 4-2-3-1 per sbaragliare il rombo di Mancini, vedendosi continuamente in inferiorità numerica a metà campo e prossimo alla sofferenza/apnea nei primi venti minuti, in cui un Icardi sfortunato non riesce a trafiggere Diego Lopez su regalo di Muntari. Ecco allora come in un paradosso degno di Schrodinger che cambia il match: discesa del Faraone a sinistra, palla con il contagiri per l’accorrente Menez, fin lì , e dopo di lì, avulso alla tattica e al gioco, che apre il “piattone” e manda in estasi i suoi, con Montolivo che rischia un nuovo crack del ginocchio correndo da lui balzando fuori dalla panchina.

RISORGE L’INTER Ecco allora l’Inter di Mancini modello “Lazarus”, o meglio, un vano tentativo, per almeno una 30ina di minuti poco o niente, tanti sono i problemi dei vari singoli ad uniformarsi al modulo del nuovo tecnico tornato da tanto lontano per far rinascere i nerazzurri. Proprio lui, Roberto Mancini, il “Mancio”, stessa pettinatura, stesso aplomb, stesso modulo, sembra abbia passato solo 3/4 d’ora su Gargantua, l’Inter però ha vissuto ben 6 anni dopo il suo abbandono, gli ultimi dei quali non proprio positivi, da qui il paradosso dei “gemelli” di Einstein: nel 2008 c’erano Vieira, Maicon e Ibrahimovic in rosa, adesso i sostituti si chiamano Obi, Nagatomo e Icardi, ovvero roba grossa, un gioco di prestigio che farebbe impallidire i maghi Silvan, Houdinì e Zurlì in un colpo solo. Il miracolo però avviene: e ci pensa proprio Obi, proprio quando tutto sembra essere “trangugiato” dalle sostituzioni e dai cambiamenti di modulo, ecco che spicca il suo sinistro a incrociare che passa sotto le gambe di Essien e su cui non può nulla Diego Lopez. “Adesso qualcuno proverà a vincere” Direte voi. Manco per sogno, capitano si un paio di occasioni sui piedi di Icardi e di El Shaarawy, traversa per entrambi, ma del gioco propositivo nemmeno l’ombra, come se la noia fosse già un degnissimo finale di cui privarsi sembra un peccato. Alla fine è 1-1, non ci sono “mortaretti” o “trick e track” per le strade di Milano, solo tanti con il capo chino, domani inizia un’altra settimana, il calcio al nord è lontano sette giorni, chissà che nel mezzo non si trovi spazio per fare e pensare ad altro.

Stefano Mastini

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