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Hamsik

C’era una volta un ragazzo slovacco, testa sulle spalle ed inconfondibile cresta, che segnava come un attaccante. Si buttava negli spazi con la capacità non comune di farsi trovare sempre al momento giusto e al posto giusto nonostante avesse 20 anni ma tanto entusiasmo. I numeri non mentono mai: con una media di 10 gol all’anno, Marek Hamsik è stato il valore aggiunto del Napoli per cinque stagioni. Fino all’anno scorso, più precisamente fino al 2 novembre 2013, quando contro il Catania segnò il suo gol numero 6 in 11 gare di campionato. Il settimo sarebbe arrivato alla penultima giornata, 11 maggio 2014, in casa della Samp.

Quest’anno, il digiuno è stato interrotto il 26 ottobre, 8/a giornata, doppietta in goleada al Verona (6-2). Un fuoco di paglia, perché né prima né dopo sono arrivati altri acuti, né prestazioni convincenti. Prova ne sia la frequenza con la quale il capitano del Napoli viene sostituito, quasi ogni gara e quasi sempre per primo. E’ dovere del Napoli interrogarsi su cosa sia successo a questo ragazzo che, dopo le prime entusiasmanti stagioni, ha resistito alle sirene dirette dal suo procuratore per approdare ad altri e più prosperosi lidi; ma è anche dovere dello stesso calciatore capire i motivi di una lunga involuzione da cigno a brutto anatroccolo.

Il calcio non è una scienza esatta, pertanto in assenza di dogmi i teoremi si sprecano. Quello più frequente è che lo scarso rendimento di Hamsik sia legato alla sua posizione, trequartista alle spalle della punta. Il calcio moderno ci ha regalato esempi di rara bellezza per smentire questa ipotesi: in un memorabile Barcellona-Inter, Mourinho ha presentato Samuel Eto’o terzino, senza dimenticare che attaccanti moderni come Rooney e Cavani riescono a segnare andandosi a prendere il pallone anche in difesa. La classe ed il talento non possono essere soppresse dalla collocazione nello spazio, soprattutto a parità di condizioni positive.

E’ sembrato, infatti, che da qualche tempo Benitez, non sapendo più cosa fare (più di impiegarlo ogni volta da titolare con la fascia di capitano), gli abbia lasciato un margine di libertà maggiore. Eppure più volte Hamsik si è trovato davanti alla porta in condizione di segnare, ma fallendo il bersaglio. E’ evidente che il problema sia di natura mentale, non tattico né fisico, partendo dal presupposto che il ragazzo non è un “cuor di leone” per carattere: difficile che vinca un contrasto, o che si prenda la squadra sulle spalle dentro o fuori dal campo. Pur essendo un professionista esemplare, forse non ha le stimmate del capitano.

A pesare sull’anno incolore del centrocampista c’è stato anche l’infortunio: un brutto colpo per un ragazzo fragile, dopo un avvio sorprendente (e sempre in quella posizione, a ridosso della prima punta nel 4-2-3-1 …) unitamente alla mancata qualificazione al mondiale brasiliano della nazionale di cui è capitano. Le ipotesi non cancellano una realtà che vede il Napoli giocare spesso con un calciatore in meno. Non è più il momento delle analisi, ma delle decisioni: questo Hamsik non giova né al Napoli né a se stesso: in assenza della “svolta” (basteranno i “due gol” invocati da Benitez?), separarsi non sarebbe più un grave peccato.

di Marco Santopaolo

fonte: pianetanapoli.it

 

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