SHARE

Massimo Moratti è oramai soltanto il più illustre tifoso dell’Inter, dopo aver ceduto la società nerazzurra a Erick Thohir l’anno scorso ed aver abbandonato anche la carica simbolica di presidente onorario qualche settimana fa. L’ex patron, con cui si è chiusa l’epopea della dinastia Moratti al vertice del club milanese, ha rilasciato una lunga intervista all’edizione odierna de “Il Corriere della Sera”

VOLEVO TOTTI, CANTONA E MANCINI – “L’Inter è un sentimento. Che si trasmette dai tifosi alla società ai giocatori e a tutto quello che diventa passione, ricordo, affetto e che ci completa la vita. Non esiste la programmazione a medio o lungo termine. E poi ci sono i tifosi, con i loro sogni, le loro speranze, le loro aspettative. Ho sempre pensato che fossero loro i veri padroni dell’Inter. La prima idea che avevo avuto era stata quella di prendere Cantona e Mancini. Poi Cantona l’aveva combinata grossa, a Londra e Mancini non era cedibile. Ronaldo è stato il miglior investimento dei miei 18 anni di presidenza interista. Era fortissimo, irraggiungibile per talento e velocità. Ibrahimovic ha doti straordinarie, ma soprattutto ti fa vincere. Con noi tre scudetti di seguito. Mi spiace molto che Balotelli stia attraversando un periodo così; ha avuto grandi opportunità, ma non è riuscito a raccogliere quanto avrebbe potuto. Si è involuto rispetto a quando giocava con l’Inter. Un giocatore che avrei voluto? Ero a Roma con il presidente Sensi, nel 2007; stavamo chiudendo per Chivu e gli buttai lì: se per caso vuoi cedere Totti, devi solo indicare la cifra. Ma lui senza nemmeno pensarci un secondo, mi aveva risposto: no, Totti resta qui, non lo cederò mai”.

L’INTER E’ DEI TIFOSI – Ma adesso l’attualità, questa di oggi non è più l’Inter di Moratti… “Non ho mai pensato di essere un presidente a vita e quando ho capito che era necessario cambiare, per ridare spinta alla società, ho deciso di cedere la maggioranza. Thohir è giovane, ha voglia di fare e di fare bene. La sua famiglia ha grandi disponibilità economiche; vuole comandare ed è giusto così. Con mio figlio e con Ghelfi abbiamo lasciato le cariche che avevamo perché si era creata una situazione non molto simpatica. Il silenzio dei dirigenti dopo le parole di Mazzarri su di me non è stato bellissimo. Ma sono amico di Thohir e questo episodio non ha incrinato i nostri rapporti che restano ottimi. Il calcio non è un’azienda. Non lo è in assoluto e non lo è a maggior ragione nel caso dell’Inter. È giusto rispettare perimetri e parametri, ma l’azienda non c’entra niente, perché non c’è tempo per i bilanci. Ogni settimana o addirittura ogni tre giorni, c’è una verifica e il risultato di una partita conta sempre molto. Non esiste la programmazione a medio o lungo termine. E poi ci sono i tifosi, con i loro sogni, le loro speranze, le loro aspettative. Ho sempre pensato che fossero loro i veri padroni dell’Inter”.

LEGGI QUI L’INTERVISTA INTEGRALE

SHARE