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Tavecchio

Quando parla, non è mai banale. Carlo Tavecchio non si smentisce e anche stavolta, intervenuto a Treviso in un incontro con alcuni studenti del master in Strategie per il business dello sport ha lasciato il segno con le sue dichiarazioni. Le più importanti quelle sulla questione “stadi“, gli stessi che molte società italiane vorrebbero costruire ex novo per poterne sfruttare a pieno le potenzialità. Tavecchio tuttavia, sembra non lasciare spazio a illusioni: “I nuovi stadi non si faranno mai, inutile continuare ad alimentare la bufala. Per realizzarli servono soldi e soprattutto un sistema Paese che aiuti le società”. Il modello da seguire è quello dell’Udinese, dato che “l’impiantistica può essere rinnovata solo attraverso la sistemazione dell’esistente. abbiamo già una decina (di stadi) di livello europeo, basterebbe solo rimodernarli: San Siro e l’Olimpico, ma anche Napoli, Genova, Bologna e Firenze. Invece realizzarne di nuovi a Milano o a Roma vorrebbe dire creare delle cattedrali nel deserto. Saremmo costretti a farli fuori dalle città e dovremmo affiancarli a cinema o supermercati. Tutte attività che già falliscono da sole. Uno stadio nuovo comporta investimenti pazzeschi”. Porte chiuse dunque a chi sogna di costruire nuovi impianti, perchè il caso della Juventus è diverso, “lo Stadium è stato costruito sui ruderi di un altro impianto, così si può”, con la Fiorentina che potrebbe intraprendere la strada tracciata dall’Udinese, puntando su un’alleanza tra società e Comune. La recente esperienza di Tavecchio in Portogallo, “dove hanno dato vita a nuovi stadi solo grazie a un fondo europeo e alla suddivisione delle spese fra società e Comuni“, non può essere paragonata alla realtà italiana, visto che “anche solo per l’ammodernamento, lo Stato dovrebbe accollarsi la copertura degli interessi. E non confrontiamo la nostra situazione con quella di Real Madrid e Barcellona: siamo una formica contro degli elefanti”.

Tavecchio si è mostrato nuovamente favorevole e aperto all’inserimento della tecnologia come supporto per i direttori di gara, più alla tecnologia che alla vera e propria moviola in campo. “Ho aperto al gol-non gol, se ne parlerà nel prossimo Consiglio federale. E all’aiuto per i falli dentro-fuori area: aspettiamo entro febbraio l’ok da Ifab e Fifa. Siamo pronti a sperimentarlo in serie A. I costi? Il massimo campionato muove 1 miliardo e 200 milioni di euro in diritti televisivi: di cosa parliamo?”. Immancabile poi la domanda sull’espressione che l’ha reso tristemente celebre, quell’ “Opti Pobà” con cui ha seriamente rischiato di perdere le elezioni a presidente federale; dopo le modifiche alle norme sui calciatori extracomunitari votate qualche settimana fa e che entreranno in vigore dalla prossima stagione, pungolato sull’argomento, Tavecchio ha risposto: Uno scivolone, ma il problema esiste davvero e con le nuove direttive Figc stiamo cercando di porvi rimedio. Prima gli extracomunitari venivano importati a stock, adesso con la riduzione delle rose, il fair play finanziario e il requisito dei quattro anni di esperienza in Italia abbiamo ridotto il mercimonio”.

Chiusura, sempre ad effetto, sugli stipendi percepiti nel calcio di oggi dai calciatori: “Leggere di alcuni ingaggi è uno schiaffo alla società e al buon senso. Bisognerebbe parametrare gli emolumenti all’andamento dell’economia. Non si può andare avanti con questo sistema: in Italia, come in Inghilterra o Spagna”. Mai banale e qualche volta inadeguato, ma stavolta non si può che essere d’accordo.

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