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stevie g pic

Ragionare dell’addio di Steven Gerrard dal suo Liverpool, per gli amanti del calcio britannico, può essere paragonabile al momento in cui un bimbo di 8-9 anni si interroga sull’esistenza di Babbo Natale: si sa che prima o poi si dovrà affrontare razionalmente la cosa ma, con una parte di cuore, si spera che per una dannata volta le leggi della fisica, della natura e del tempo smettano di funzionare e ci regalino all’infinito una meravigliosa fantasia.

Per chi è cresciuto a pane e Premier League, per chi il sabato pomeriggio si è sempre inventato fantomatici impegni col resto del mondo per poi sedersi davanti al televisore e godersi una favola lunga 90 minuti sospeso tra il verde smeraldo del campo e il grigio scuro del cielo, Gerrard è stato un simbolo. Poco importava che si supportasse il Chelsea o il Leeds United, o i Gunners o gli Hammers o gli Eagles; poco importava persino se si tifava per gli odiatissimi rivali del Man United o per i cugini dell’Everton. Gerrard è sempre stato qualcosa di diverso. Sarà che, come ha scritto Rafa Benitez, il capitano del Liverpool lo si è sempre potuto rappresentare con una sola parola: “passione”. Passione per una maglia, un colore, una curva ed un destino che ci ha sempre messo lo zampino.

Steven Gerrard il Liverpool lo ha marchiato a fuoco sulla pelle. Nato nel maggio del 1980 nel quartiere di Whiston, sobborgo della città dei FabFour, a soli 9 anni venne notato da un talent scout dei Reds ed integrato nella rosa dei pari età. Il 1989 fu però un l’anno terribile per i tifosi del Liverpool, l’anno della strage di Hillsborough. Quel maledetto 15 aprile 96 tifosi di Dalglish e compagni persero la vita e, tra loro, il piccolo Jon-Paul Gilhooley, di soli 10 anni, cugino di Steven. Quando nel 2006 Gerrard pubblicò la sua biografia uno dei passi più toccanti riguardò proprio il ricordo per il cuginetto scomparso: “I play for Jon-Paul” furono le poche, semplici parole di un uomo che ha sempre preferito parlare sul campo la lingua del pallone.

Gerrard esordisce in Premier League a 18 anni, il 29 novembre 1998 e, un anno dopo, segna la sua prima rete con la maglia dei Reds. La storia d’amore tra Stevie G e il popolo di Anfield è ricca di immense soddisfazioni e di un unico, incredibilmente cruccio: non essere riuscito a riportare sotto la Kop il titolo di Campioni d’Inghilterra. Il 2000- 2001 la stagione più vittoriosa, con la FA Cup, la Coppa di Lega e la Coppa UEFA, con tanto di goal in quella pazza finale di Dortmund vinta contro l’Alaves ai supplementari. E poi il 2003, quando Gerard Houlier gli mise al braccio sinistro la fascia di capitano, ed il 2005 con il sigillo di Istanbul e quegli incredibili 6 minuti, il goal dell’1-3 e le corse da terzino nei tempi supplementari a fermare Serginho, il Concorde. E poi la coppa dalle grandi orecchie sollevata sopra la testa, la quinta nella storia del Liverpool, a 21 anni di distanza dall’ultima.

Solo la maledetta Premier League è sfuggita dalle grinfie di Stevie G. Vicina nel 2008-09, l’anno delle 16 reti in campionato per l’8 rosso; vicinissima lo scorso anno, prima dello scivolone in quel 27 aprile 2014, prima di veder Demba Ba correre e segnare, prima di raccogliere quel pallone finito in rete al terzo ed ultimo minuto di recupero di quel primo tempo, sotto la sua amata Kop.

Steven Gerrard è stato un centrocampista anarchico, ha sempre avuto bisogno di spazi e, finché il fisico l’ha sorretto, ha fatto dell’inserimento il suo punto di forza. Certo, c’erano le sassate da lontano, i cambi campo superbi, le punizioni dal limite; ma la capacità d’inserimento di Gerrard è stata probabilmente la sua più grande peculiarità calcistica. E probabilmente per questo motivo l’asse in nazionale con Frankie Lampard ha sempre funzionato solo alla Play Station e mai nel calcio reale.

Forse avremmo preferito vedere Stevie G chiudere col calcio giocato ad Anfield piuttosto che saperlo il prossimo anno su un campo della MLS, probabilmente a Los Angeles. Gerrard ha però deciso di dimostrare ancora una volta il suo attaccamento al suo Liverpool; a quasi 35 anni, dopo lo psicodramma dello scorso anno ed i segni del tempo sul volto e dentro i muscoli, Stevie G ha capito che non avrebbe più potuto contribuire alla causa dei Reds come in passato. E allora meglio chiuderla qui e aspettare il suo ritorno una volta attaccate le scarpette al chiodo. Meglio celebrare le 695 presenze con la stessa maglia condite da 180 reti. Meglio fare finta, fino a fine stagione, che la magia di vedere Stevie G con la maglia rossa sia destinata a non terminare mai.

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