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Se, come dice il proverbio, “più sono grandi più fanno rumore quando cadono”, il tonfo che ha come protagonista Fernando Torres avrebbe dovuto produrre un eco senza eguali. Straziante ed apparentemente al di là dell’umana comprensione la storia che lo riguarda: fino al 2010 il Niño è considerato uno dei migliori attaccanti al mondo, da quattro anni a questa parte, invece, qualcosa improvvisamente cambia. Torres non solo non è più decisivo come un tempo ma le sue prestazioni ed il suo modo di giocare attirano le impietose critiche dei suoi tifosi, prima al Chelsea e, negli ultimi sei mesi, al Milan.

Ma è davvero così inspiegabile la parabola discendente del Niño?

UNO DEI MIGLIORI AL MONDO A FINE ANNI 2000 Il primo punto da chiarire è che Torres, 31 anni il prossimo marzo, è stato un giocatore straordinario nel vero senso della parola, cioè oltre la normale ordinarietà degli eventi. Esordio in prima squadra all’Atletico di Madrid a 17 anni, il giocatore più giovane mai sceso in campo con la casacca rojiblanca; poi, nella stagione 2003-04 e a soli 19 anni, frantuma un altro record della storia dei Colchoneros, diventando il più giovane capitano di sempre. Nei sette anni a Madrid segna 82 reti in 143 partite ma, soprattutto, fa conoscere il suo nome al mondo intero. Il Liverpool, nel 2007, si assicura le sue prestazioni per circa 26 milioni di sterline e, ad Anfield, il Niño sboccia completamente come calciatore. 24 reti nella sola Premier nella sua prima stagione con i Reds lo fanno diventare lo straniero più prolifico nella stagione d’esordio nel campionato inglese e, nell’estate 2008, vince l’europeo con la sua Spagna da protagonista assoluto, segnando la rete decisiva nella finale vinta contro la Germania.
Sopraffino tecnicamente, forte fisicamente, letale sottoporta, alto e muscoloso. Se però si deve indicare quale sia la sua peculiarità come calciatore non si può che guardare alla sua straordinaria capacità di corsa in verticale. Sbarcato in Inghilterra segna una marea di reti sempre nella stessa maniera: si fa servire con un filtrante nascosto tra i due centrali e poi via in campo aperto, dove è impossibile da recuperare. I primi dieci metri di corsa di Torres sono impressionanti e da vedere è tremendamente elegante. Facile per un brevilineo mangiarsi il campo di scatto, più arduo se si è alti 1 metro e 86 e ci si porta dietro 80 kili di muscoli. A dispetto del numero che tanto ama, il 9 (tanto da esserselo tatuato sull’avambraccio destro), il Niño è un centravanti atipico, meno uomo d’area, più bisognoso di zolle d’erba da consumare a suon di scatti. Ed è forse in questa sua innata qualità, quella che lo rende uno dei più bei giocatori della seconda metà degli anni 2000, che si devono cercare i prodromi della sua rovinosa caduta verso gli inferi.

L’INIZIO DELLA CRISI: PRIMA I MUSCOLI POI LA MENTE Il calcio inglese è più duro di quello giocato in Spagna ed il lavoro fisico richiesto è solitamente maggiore. Il Niño inizia ad avere problemi muscolari, prima all’inguine, poi ripetutamente ai flessori. Nel 2007 si infortuna di continuo: prima a febbraio, poi ad agosto, ottobre e novembre. Nella sua autobiografia, uscita nel 2009, descrive così quel periodo: “Fu una vera e propria mazzata. La prima volta che ti succede pensi che sia una cosa normale, e vai avanti. La seconda volta ti fermi, ti prendi più cura di te stesso, ed inizi a domandarti cosa stia succedendo. La terza ti blocchi; inizi a pensare che ci siano cause sottovalutate e lavori in maniera estenuante per assicurarti che non ti capiti ancora. Era ancora più importante nel mio caso perché era il mio flessore che mi stava causando tutti quei problemi- il muscolo per il quale vivevo, quello che ti dona accelerazione e velocità“.
Non così forte psicologicamente come avrebbe creduto, il Niño inizia in qualche modo mettere in discussione il suo modo di giocare, così sbilanciato sugli scatti improvvisi. E si infortuna di nuovo, seriamente. E’ il 2009-10 ed il nuovo anno si apre come peggio non potrebbe per Fernando: problema alla cartilagine del ginocchio destro e necessità di un doppio intervento chirurgico, prima a gennaio, poi ad aprile. Tornato dalla doppia operazione si prepara per il Mondiale in Sudafrica; la Spagna stravince la competizione ma Torres, partito titolare e considerato uno delle più brillanti perle tra le Furie Rosse, stecca. Questa è la prima grande avvisaglia che qualcosa sia cambiato: il Niño solo due anni prima, negli Europei di Austria e Svizzera, era stato uno dei trascinatori della squadra allora allenata da Aragones, colui che aveva deciso la finale con la Germania, quello arrivato terzo a fine anno nella corsa al Pallone d’Oro, dietro solo ai marziani Messi e Ronaldo. Niente è più come prima: in campo è come se ci andasse il gemello svogliato, o forse impaurito.

L’ABISSO NEL CHELSEA Nonostante il flop al Mondiale il Chelsea crede in Torres e, nella finestra di mercato di gennaio, preleva il Niño dal Liverpool per l’incredibile cifra di 50 milioni di sterline facendone diventare l’acquisto più costoso sia per il club che per tutta la Premier, superato solo quest’estate dai quasi 60 milioni sborsati dallo United per Di Maria. Le prestazioni però non arrivano e, ancora meno, le reti; nella seconda metà della stagione 2010-11 il Niño segna un solo goal e la pressione inizia a salire alle stelle.
Sono anni ricchi di trofei ma poveri di soddisfazioni personali per Torres: col Chelsea vince una FA Cup, l’Europa League e, soprattutto, la Champions, nel 2011, segnando anche una rete decisiva, quella al Camp Nou contro il Barcellona nella semifinale di ritorno che permetterà al Chelsea di superare il turno e giocare la finale vittoriosa a Monaco di Baviera contro il Bayern. Ottimo anche il bottino con la Spagna: Europeo del 2012 e la classifica marcatori del torneo. In campo, però, non è più il Niño del passato: tanto tra le fila dei Blues che in nazionale diventa una seconda scelta da mettere dentro quando le punte titolari hanno bisogno di rifiatare e, soprattutto, il suo stile di gioco cambia drasticamente.

LA NEMESI DEL 9 Forse preoccupato dalle possibili ricadute negli infortuni del passato, forse non più sorretto da quella condizione psico-fisica di un tempo, Torres si trasforma in un centravanti più statico, più prevedibile. È la cinica nemesi della sua storia: una volta diventato un vero e proprio 9 smette di essere uno dei più forti attaccanti del mondo.
Il resto è il recentissimo passato, l’esperienza con poche luci e tante ombre in rossonero. Inzaghi all’inizio gli dà fiducia poi, piano piano, lo rilega in panchina. Al centro del suo attacco nel 4-3-3 gli preferisce uno come Menez, un “falso nueve”, uno che parte da lontano bravissimo ad andare in verticale: tutto ciò che Torres non è più e tutto ciò che Torres è stato fino a quattro anni fa.
Il ritorno a casa, al Vicente Calderon, a sette anni di distanza è la sua ultima opportunità di tornare quel magnifico attaccante che stregò tutti gli amanti del calcio. La gente, da quelle parti, lo ama davvero ed i 45 mila tifosi giunti a salutarlo durante la presentazione al suo nuovo vecchio pubblico ne è la dimostrazione.
Forse basterà questo per far tornare Torres un gigante. Forse basterà questo per placare quell’assordante rumore provocato dalla caduta di uno così grande.

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