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Dura la vita in Italia per i giocatori con il contratto in scadenza. Sempre più spesso si assiste infatti, a casi nei quali la società ancora proprietaria del cartellino, una volta intuita la volontà del suo assistito di non rinnovare il proprio contratto, decide per l’accantonamento dello stesso fino alla reale scadenza del vincolo. Ne sanno qualcosa in particolare Neto, portiere della Fiorentina, Munoz, difensore e perno della difesa del Palermo, fino ad arrivare all’ultimo caso Okaka, esploso fragorosamente proprio ieri in casa Sampdoria.

Dal 1 gennaio di quest’anno, i giocatori con contratto a scadenza al 30 giugno 2015, sono liberi di accordarsi con altri club; la Fiorentina in particolare, dopo aver mal gestito la situazione Neto (finito da tempo nel mirino di tanti direttori sportivi in giro per l’Europa), ha messo ai margini il portiere brasiliano, preferendo schierare quella che era stata la sua riserva fino a quel momento, il romeno Tatarusanu. La società, spiazzata dalla decisione del calciatore e del suo entourage, si è detta più volte amareggiata, tradita, come se decidere di non proseguire il proprio rapporto di lavoro con un azienda, non sia nelle facoltà di professionisti a tutto tondo, quali i giocatori oggi. Sia Della Valle (“Questa situazione mi ha tanto ferito a livello umano lasciandomi una profonda amarezza“), che Montella (“Il calcio non finisce mai di insegnarti e darti esperienze: a livello umano c’è grande amarezza, la riconoscenza nel calcio non c’è e non dobbiamo nemmeno aspettarcela“), hanno espresso chiaramente il loro pensiero su una vicenda che, come spesso accade nel nostro paese, è andata oltre l’aspetto tecnico e sportivo, coinvolgendo anche a livello umano l’ormai ex portiere viola. Proprio Montella, ha attribuito la decisione di escludere Neto dalle convocazioni, al fatto che il ragazzo non fosse sereno e mentalmente per giocare. Facile prevedere l’atteggiamento del pubblico fiorentino nei suoi confronti, avesse continuato a scendere in campo; per informazioni, chiedere a Riccardo Montolivo che giocò per un girone intero accompagnato da bordate di fischi, prima di passare al Milan (con il quale aveva già un accordo). Fiorentina, tra l’altro, alle prese con un altro spinoso caso: quello del capitano Manuel Pasqual, anche lui in scadenza a giugno, al centro di una querelle proprio con il ds viola Pradè. Pasqual, con cui le trattative per il rinnovo si trascinano da tempo, ieri nel dopo partita aveva dichiarato di aver rifiutato un importante offerta da parte del Milan e di attendersi rispetto e riconoscenza da parte della società; oggi è arrivata la replica seccata della dirigenza, per bocca proprio di Pradè, che ha bollato l’uscita del capitano come “Sbagliata nei tempi e modi. Non dovevano uscire queste dichiarazioni dopo una gara, fra l’altro del rinnovo ne stavamo parlando con il suo procuratore. Dopo 9 anni insieme il rispetto deve essere reciproco, non me lo sarei mai aspettato.”

Riconoscenza e rispetto. Due concetti ricorrenti, ma evidentemente poco chiari tra ambo le parti chiamate in causa. Concetti che, una volta espressi, lasciano quasi sempre intendere di come le trattative per il rinnovo contrattuale vivano già un fase successiva a quella proposta da parte della società, mostrando chiaramente la volontà del giocatore di non rinnovare il proprio contratto. Per una Fiorentinasfortunata” (a proposito, anche Aquilani e Pizarro sembrano non far parte più dei piani societari), oggi in serie A esistono anche altri casi di rapporti che si avviano a concludere nel peggiore dei modi. A Palermo da una settimana, tiene banco la questione Ezequiel Munoz. Il difensore argentino classe ’90, dopo aver rifiutato l’offerta di rinnovo del club rosanero del presidente Zamparini, è finito ai margini della rosa; fin troppo scontato, intuire che il diktat sia arrivato dall’alto e non abbia, per ovvie ragione tecniche, lasciato particolarmente contento Beppe Iachini. Anche i tifosi del Palermo avrebbero reso la vita impossibile al giocatore? Può darsi, chissà, ma è certo che questa è una pratica diffusa quasi esclusivamente nel nostro paese. Pensiamo all’Inghilterra, dove è normale per un giocatore in scadenza di contratto, continuare a dare tutto per la maglia della propria squadra senza che nè la società, nè i tifosi, facciano in qualche modo sentire il loro dissenso. Impensabile una situazione come quella dei casi sopra citati, negli altri paesi europei. Questione di cultura dunque, un altro dei limiti del nostro calcio da sconfiggere in fretta. Pensare a un giocatore che decide di cambiare aria per accettare un esperienza nuova, magari anche solo per ragioni economiche, come a un “traditore” è qualcosa che non rende onore e rispetto al mondo dello sport in generale. Il mondo professionistico è questo, prendere o lasciare, e qualche volta le responsabilità andrebbero divise anche tra i vari presidenti e dirigenti delle società; la quasi totale assenza di progetti tecnici definiti e duraturi, porta troppo spesso all’avvicendamento di direttori sportivi che non riescono poi a gestire come si dovrebbe, le trattative che evidentemente i lori predecessori avevano cercato di portare avanti.

Troppo facile bollare i giocatori come irrispettosi, irriconoscenti e mercenari. Il problema è alla radice del sistema ma, evidentemente, si continua a far finta di non capirlo.

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