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River-plate-Monumental

El Monumental non aveva mai sofferto così prima d’ora. Le lacrime, gli scontri, i feriti, la sensazione di cadere a pezzi e quella rabbia da scaricare proprio su di Lui, il palcoscenico di tanti trionfi ora danneggiato dai suoi stessi fedeli. I tifosi del River Plate non potevano crederci, retrocessi in Primera B Nacional “non ci sono soldi, ma El Más Grande si salverà”, questo pensavano tutti i presenti in quel maledetto 26 giugno del 2011. Erano sicuri, era il River! Si poteva ribaltare il 2-0 dell’andata, è il River! Si poteva asfaltare il Belgrano e tirare un lunghissimo sospiro di sollievo collettivo. E invece per la prima volta dopo 110 anni di storia quel maledetto 1-1 aveva condannato la squadra alla serie B.

Una società con i conti in rosso, stipendi non pagati per un anno, svendita dei pezzi pregiati per coprire i debiti, una tifoseria devastata, distrutta, in lacrime. Il punto più basso in 110 anni di storia. Come si può ricostruire tutto e ritornare ad essere finalmente grandi? E’ qui che il River regala al calcio una lezione di vita ineguagliabile. Venduti i talenti bisognava reagire, con la passione, il cuore, il sentimento, la garra da Los Millonarios. La squadra fu affidata a Matias Almeyda, l’indio cresciuto nel River e spettatore in panchina della sua caduta a picco. L’ex di Parma e Lazio decise di lasciare il calcio giocato proprio quel giorno, era troppo il dolore per continuare a giocare ma con la stessa intensità e voglia di rivalsa accettò l’incarico di guidare la squadra e condurla nella categoria che le spettava di diritto, perché il River è “alma y vida” proprio come il titolo della sua autobiografia.

“Alma y vida” per Matias ma anche per Fernando, Leonardo, David e Alejandro; tutti figli dal cuore rojo y blanco. Il River è una fede, un tatuaggio indelebile sulla pelle e quando “El Mas Grande” è malato, è impossibile non soccorrerlo. E allora Cavenaghi e Rodriguez fanno ritorno in Argentina per aiutare con la loro esperienza il club, li seguono anche Leonardo Ponzio e David Trezeguet che risulterà decisivo per la promozione. I suoi gol trascineranno la squadra ad un’immediata risalita in prima divisione, il 23 giugno 2012. E’ tornato il sorriso, la ferita brucia ancora ma il River ha nelle sue vene e nei suoi battiti il fuoco sacro della vittoria, quellaa dolce condanna di dover vincere sempre e comunque. Così dopo una stagione intermedia vissuta a metà classifica e conclusasi con l’esonero di Almeyda, era giunto il momento di tornare a dettare legge. La società decide di richiamare Ramon Diaz, altro cuore River, l’uomo che nella sua prima esperienza sulla panchina biancorossa portò 6 titoli in 5 stagioni e sfiorò il tetto del Mondo, battuto nella finale di Coppa Intercontinentale dalla Juventus di Alex Del Piero. Per Diaz era un nuovo ritorno, dopo la toccata e fuga del 2001/2002 quando ovviamente vinse il Clausura.

Il terzo arrivo di Ramon Diaz, il condottiero, infiamma la piazza. Il River Plate fa sul serio e vuole il titolo, Ramon Diaz è una garanzia di successo, ma i tifosi e i media dopo l’entusiasmo iniziale prevedono per i Millonarios un semestre di transizione, una stagione per saggiare i tanti giovani presenti in rosa e costruire un futuro roseo. Del resto le casse sono vuote, il gruppo non è solido e le premesse non sono delle migliori. Ma quel marpione di Diaz non si accontenta di partecipare…

Il River gioca tutta la stagione con un 4-3-1-2 pronto a scatenare le sue bocche di fuoco: saranno 28 reti in 19 gare con Lanzini, Cavenaghi e Téo Gutierrez veri trascinatori della Banda ben supportati dai panchinari Villaba, Menseguéz e i giovani Andrada e Simeone (il figlio del Cholo, altro cuore rojo y blanco). La mossa decisiva però fu quella di affidarsi alla vasta colonia colombiana degli ultimi anni, basti pensare al Mondiale giocato dai “cafeteros” in Brasile. E così ecco Carlos Carbonero e Balanta veri perni della rosa e poi Gutierrez autore del gol a detta sua “più importante della carriera”, segnato nell’1-0 al Velez, la partita della svolta.

E se i big non sono in condizione? Ecco il ricco vivaio: le casse sono sempre vuote ma Ramon Diaz fa di necessità virtù inserendo pian piano Kranevitter (ora in orbita Napoli), Pezzella, Vega e Andrada entrati a tutti gli effetti in prima squadra. Risultato? Lacrime di gioia. 36/o campionato conquistato, resurrezione definitiva e quella ferita del 2011 che brucia meno. Una vittoria finale in rimonta; una stagione iniziata male con critiche anche dai suoi tifosi pronti ad accusare i giocatori di non onorare la Sacra camiseta. Poi la svolta, dalla 9/a giornata un filotto di vittorie riporta il River nei piani alti della classifica. A tre giornate è secondo ma il Gimnasia crolla, il Godoy Cruz fa 4 punti mentre il River le vince tutte e si porta in testa. “Campeón, campeón”, El Monumental vestito a festa torna a gioire. Le lacrime versate tre anni prima sono un ricordo sbiadito, i figli rojo y blancos hanno riportato il River sul tetto d’Argentina.

Ma la storia continua, perchè il River deve vincere non partecipare. L’11 dicembre 2014 arriva la vittoria nella Copa Sudamericana in finale contro l’Atletico Nacional. E’ il sesto trofeo internazionale in bacheca, per di più conquistato senza perdere nemmeno una partita e battendo i rivali acerrimi del Boca Juniors. Eccolo il paradiso rojo y blanco.

El día que me muera,yo quiero mi cajón pintado Rojo y Blanco como MI CORAZÓN. RIVER va a jugar Y yo desde el cielo lo voy alentar

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