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Darmian

Matteo Darmian si è finalmente affermato, da un paio di anni, nel calcio che conta. Il ragazzo sta dando molto al Torino e ha finito anche per conquistare la Nazionale (fu uno dei pochissimi positivi nel Mondiale in Brasile). Darmian ha rilasciato una bellissima intervista a La Gazzetta Dello Sport nella quale parla del suo inizio di carriera, dei sacrifici per arrivare al successo e di sé stesso, evidenziando una bellezza interiore forse non sempre presente nel mondo del calcio.

Ecco le belle parole di Darmian: Dissi addio al Milan quando capii che lì non avrei giocato quanto volevo: evidentemente dovevo crescere, prima di tornare un giorno in un grandissimo club. Destino? La strada giusta la trovi con comportamenti e scelte corrette. Al provino per il Milan eravamo in quattro: anche se ci sono andato come se andassi a giocare all’oratorio, scelsero proprio me. Nei primi anni di settore giovanile ero sempre il più basso, il più magro, il meno robusto e però ogni estate mi arrivava sempre la lettera di riconferma, un motivo ci sarà? Qualche giorno prima di firmare per il Torino, un’ipotesi di mercato ancora inesistente in quel momento, vidi Cairo passeggiare in centro a Milano. Dopo 3-4 giorni dopo mi chiamò il mio procuratore e mi disse che mi voleva il Torino. Ecco, questo è destinoQuando ho iniziato a giocare ero centrocampista centrale e se mi chiedevano del mio idolo non facevo neanche finire la domanda: Seedorf. Poi gli allenatori mi hanno schierato come difensore centrale, e allora guardavo Nesta. Quando ho giocato terzino non c’era neanche l’imbarazzo della scelta: Maldini e nessun altro. Nel 2007 ero in rosa con tutti e tre.  Clarence mi ha insegnato cosa è la personalità, Sandro l’eleganza e Paolo la professionalità. Non so se sono o se sarò mai un idolo per qualcuno, ma sento molto la responsabilità di dover dare un buon esempio: come calciatore per i ragazzini e più in generale come uomo. Se ho amici nel calcio? D’Ambrosio, Cerci, Renzetti, Guberti, Iori. Molti di noi hanno fuori dal calcio i migliori amici, ma questo non significa che nel calcio non esista l’amicizia. Credo che essere amici voglia dire soprattutto capirsi e aiutarsi e nessuno può farlo meglio di chi fa il tuo stesso lavoro, passa con te un sacco di tempo, conosce la difficoltà di certi momenti perché li ha vissuti magari identici, dunque sa cosa dirti o semplicemente come farti sorridere. E questo non significa parlare solo di calcio. Aiuta anche a vivere bene la concorrenza e lo sappiamo io e D’Ambrosio: in campo ci giocavamo il posto ogni giorno, ma fuori dal campo non c’è stato un giorno in cui è venuto fuori il discorso. Forse quando Danilo si è spostato a sinistra, ma giuro che eravamo amici anche prima. Per me certi valori sono importanti. Frequentare l’oratorio era come stare in cortile, ce l’avevo proprio dietro casa e c’era tutto quello che può servire per crescere bene: divertimento, sport, amicizie, valori. E parlo anche dell’onestà, della lealtà, del saper stare con gli altri, mica solo quelli della religione cristiana, che pure sento. In due parole: all’oratorio ti insegnano a vivere, anzi ti educano a vivere. Io credo di essere il Matteo che sono anche perché ho passato la mia adolescenza all’oratorio di Rescaldina”.

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