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Ieri sera commentavo una splendida partita, in uno stadio fantastico, fra due squadre di altissimo livello e con un campionario entusiasmante di calciatori in grado di essere esempi di come si giochi a calcio. Fra questi uno, Daniel Parejo, capitano del Valencia e autore di una doppietta . Vedevo giocare Parejo (che conosco da almeno 4/5 anni, ma che nel 2014 ha raggiunto a mio modo di vedere uno standard di rendimento veramente molto alto) e pensavo: ma allora è vero, c’è ancora speranza. E lo sapete perché? Perchè Parejo ricorda un po’ Riquelme. E avevo l’atroce dubbio che non avrei mai più rivisto, almeno al top del livello, un giocatore che mi ricordasse “el Mudo”.

Poche ore dopo mi è arrivata la notizia del ritiro di Román, e non poteva giungere in un momento migliore. Anche perché tremavo all’idea di saperlo “ammaestrato” in un circo calcistico moderno, magari negli Stati Uniti, dove Riquelme sarebbe stato un colossale, doloroso controsenso. Chi ha vissuto il fútbol di Juan Román Riquelme non poteva pensarlo come una caricatura, perché lo ha sempre amato per la ragione opposta: il suo essere diverso da tutti gli altri, direi quasi al di sopra degli altri. Riquelme è uno che ha sempre diviso: allenatori, compagni, critici e tifosi. C’è sempre stato e ci sarà sempre il partito di chi lo ama alla follia e di chi lo detesta: quasi un bipolarismo perfetto, anche per dimensioni delle parti. Riquelme è idolatrato e odiato in egual misura per un motivo: si è ostinato a non seguire l’evoluzione, ha rifiutato il progresso, rimanendo un grande lirico in un mondo ormai fatto quasi esclusivamente di prosa. Ha sempre voluto essere un divo, non semplicemente una stella. Un aristocratico, anche spocchioso se volete, ma di certo non un feticcio plastificato per le masse. Se volete sapere che calciatore è stato Riquelme potete fare due cose: aprire le pagine di storia del calcio e leggere le sue evoluzioni sportive, scoprendo quanto ha vinto e quanto ha perso. Oppure cercare le immagini della sua arte calcistica, le sue punizioni, le sue corse lunghe, lente ma inarrestabili, il suo modo di difendere il pallone proteggendolo con i piedi e il fondoschiena, in una postura apparentemente goffa ma incredibilmente efficace. E poi i suoi passaggi filtranti, con il pallone che a un certo punto frena, scombinando tutti gli scenari prefissati. E il bello è che lo sai che succederà, ma ogni volta è una sorpresa. Ecco, queste cose non le vedremo probabilmente più. Forse. Perché da ieri sera possiamo avere una speranza in più: in Spagna (e dove se no?) c’è una squadra, il Valencia, che si fonda sui concetti più moderni del calcio ma che lo pratica in modo antico, puntando totalmente sulla qualità e minacciando di essere la prossima grande rivoluzione del mondo del football. E il capitano del Valencia, Parejo, in qualche modo ricorda Riquelme.

Adesso possiamo salutare serenamente l’ultimo grande fantasista argentino: le sue giocate, almeno a me, mancheranno tantissimo. Il suo “pallone che frena” adesso si è fermato. Ma non il calcio dei grandi numeri 10. Quello, spiace per chi pensa che se ne possa fare a meno, ci sta dicendo che non ha alcuna intenzione di ritirarsi.

parejo

di Stefano Borghi

– Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports (canale dedicato al calcio estero visibile su Mediaset Premium e, in HD, su Sky) e gli sembra un sogno, ma ha anche fatto parte per otto anni del progetto Sportitalia, occupandosi di calcio a trecentosessanta gradi, sia del vecchio sia del nuovo mondo. Era la voce del calcio argentino, insieme a Daniele Adani. Nel 2013 ha scritto “SAN LORENZO DE ALMAGRO. La squadra del cuore di Papa Francesco”.