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“Vedi Napoli e poi muori”, citazione che si perde nel tempo e che rinasce nella serata di ieri, proprio al San Paolo, la mecca di ogni partenopeo legato al mondo pallonaro. Si riparte proprio dalla vittoria contro il Genoa, una delle realtà più sorprendenti del girone di andata di marca 2014/15, una formazione, quella di Gasperini, preparata e atleticamente pronta, capace di sfruttare i momenti di blackout dei propri avversari come fatto vedere anche in passato (Juventus do you remember?), e che per poco non si ritrovava a bissare il pareggio dell’annata 2013/14 se non fosse per un piccolo particolare, anzi due: Higuain e l’arbitro Calvarese. Il primo capace di reggere l’attacco del Napoli grazie alla sola imposizione dei proprio piedi (con gentile concessione del Mago Oronzo); il secondo reo di qualche fischio sbagliato, su tutti la decisione presa in occasione del rigore decisivo per i partenopei, onestamente più che generoso.

A RIGOR DONATO NON SI GUARDA IN BOCCA Ne sentiamo di cotte e di crude sugli arbitri, a partire dagli errori fino ad arrivare ai comportamenti, il tutto senza tralasciare il concetto di “sudditanza”. Uno sbaglio di qui, uno di là e la rete impazza, è tutto un hashtag, un commento o un retweet, come se la battaglia non dovesse mai finire, quasi i 90 minuti di gioco fossero solo e soltanto un contesto da cui si deve sopravvivere quanto più vivere. Alla lotta al massacro non si esenta nessuno, che siano juventini, romanisti, napoletani, fiorentini e chi più ne ha più ne metta, basta la polemica, il resto conta poco o quasi, anche perché tra giornalisti e allenatori vari in molti non si esentano dal “sguazzarci dentro”. E non è che il comportamento si addica poi tanto al nostro calcio, sempre più povero di qualità, molestato continuamente dagli investitori stranieri pronti, anzi prontissimi, a depredare le nostre società dei migliori prospetti, il tifo sta nel mezzo e tende a farsi cullare dagli organi di informazione, sballottato a destra e manca, tra una polemica e l’altra, come se il valore puramente empirico del calcio si riducesse a non essere altro che un dato accessorio, obbligatorio ma addizionale. A noi italiani figli di Machiavelli non interessa il metodo quanto il traguardo finale, tutto quello che ci sta nel mezzo è solo un ostacolo, un impedimento. Insomma siamo pazzi. Si, pazzi di quella umanità che fa sorridere e riflettere, che ci riempie gli occhi e la bocca che non ci fa mordere il freno. Ecco allora che ieri succede il “patatrack” e tutti pronti a levarsi contro Calvarese, chi per insinuare, chi per scacciare polemiche e compagnia cantante, effettivamente non riusciamo ad essere mai contenti.

Ieri è andata bene al Napoli, qualche settimana fa il mondo era alla “rovescia”, della serie la “ruota gira”, ecco forse dovremmo prendere in considerazione l’idea che determinati errori ci saranno sempre e comunque e dovremmo iniziare a pensare di conviverci, soprattutto in questo momento in cui il nostro calcio risulta non propriamente degno dei vertici europei e con esso la nostra classe arbitrale. Forse sarebbe meglio potenziare il giudice di gara, togliendogli 4 occhi (inutili arbitri di porta) e regalandogli qualche accessorio tecnologico degno del terzo millennio, della serie stiamo qua a ragionare di centimetri e millimetri sul fuorigioco, su alcuni di essi non si riesce a convincere il pubblico addirittura al decimo replay firmato Sky o Mediaset Premium, quando poi ci facciamo sfuggire il gol di Morganella? Questione di gusti, alla fine, forse, la cosa migliore sarebbe proprio non parlarne, chissà, magari allora qualcosa finirebbe per muoversi sul serio.

 

Stefano Mastini

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