SHARE

ranocchia

A terra, come l’Inter di cui da quest’anno è il capitano. L’immagine di Andrea Ranocchia a terra mentre Gonzalo Higuain deposita in rete il gol qualificazione è la stessa di tutta l’Inter, punita oltre i suoi demeriti. Anche la Coppa Italia è andata, la strada per entrare in Europa è sempre più in salita (per usare un eufemismo) e non resta che tentare l’impresa in Europa League ma obiettivamente pensare a Ranocchia che alza al cielo la coppa all’Amsterdam Arena è utopia pura.

Un errore può condizionarti la carriera, se non si ha la forza di reagire e voltare pagina, perché potrà sempre capitarne un altro, e un altro ancora. Unico colpevole, capro espiatorio dell’ennesima disfatta, deriso senza pietà. La nottata trascorsa da Ranocchia deve essere stata tutt’altro che serena, ma per fortuna è passata. Un’indecisione grossolana che ha spalancato le porte della semifinale al Napoli di Benitez, in qualche maniera già proiettato ai tempi supplementari, gettando nel più totale sconforto Roberto Mancini (mai visto così deluso e rassegnato davanti alle telecamere). Che colpa ne ha in questo caso, se a tradirlo sono i suoi giocatori con svarioni e leggerezze puntualmente sfruttate dagli avversari? Apparentemente nessuna, se non fosse che questi errori, gli stessi errori, si ripetono da tempo e nessuno sembra in grado di debellarli. Ci aveva provato, invano, anche Walter Mazzarri, dopo aver perso punti e considerazione nel suo periodo alla guida dei nerazzurri e ci sta provando adesso lo stesso Mancini, per ora con identici risultati. Chi segue l’Inter, sa bene che il rendimento di tanti giocatori è pesantemente condizionato dalle condizioni ambientali in cui si trovano; giovani speranze, aspiranti fenomeni, giocatori ormai esperti e navigati, tutti accomunati da una malattia che si manifesta con gli stessi sintomi.

Ranocchia è un bravo ragazzo, uno che ci ha sempre messo la faccia, uno che l’anno passato di questi tempi era a un passo dal lasciare l’Inter e che ha avuto la forza di riconquistare la fiducia dell’ambiente, fino a sfiorare i Mondiali in Brasile. Parliamo di un giocatore su cui si può certamente discutere sulle qualità di difensore, leader (per ora mancato) di una difesa allo sbando, ma su cui è altrettanto sbagliato accanirsi in questo modo. Non è puntando il dito contro qualcuno che l’Inter crescerà e tornerà ai vertici del calcio italiano, non può essere un episodio negativo come questo, a bollare per sempre quello che è comunque e fino a prova contraria il capitano e leader silenzioso di questo gruppo. Un gruppo nuovamente con il morale sotto i tacchetti e con tantissimi problemi da risolvere, senza avere tempo per trovare la soluzione migliore ad una crisi che sembra non avere fine. Bene ha fatto Javier Zanetti, uno su cui è inutile aggiungere parole, a rimarcare che “un errore può capitare, l’importante è avere la forza di ripartire“. Un rendimento altalenante, come quello di una squadra in piena fase di ristrutturazione, descritta invece dalla dirigenza come pronta e completa per ambire a traguardi prestigiosi, dal terzo posto Champions, alla conquista dell’Europa League. I giocatori devono essere giudicati per ciò che fanno in campo, i dirigenti per come assemblano un gruppo di giocatori e li mettono in condizione di rendere al meglio.

Ecco il vero errore dell’Inter di oggi al di fuori del rettangolo di gioco. La strategia di acquistare giovani talenti in rampa di lancio (Kovacic, Brozovic, Shaqiri), per poi pretendere che facciano subito la differenza, non sta pagando. E non può pagare, perché l’Inter di Mancini è tutt’altro che finita, non può dirsi squadra nel senso più ampio del termine. Provate a trovare un solo giocatore nerazzurro in grado in questo momento di fare la differenza, spazzando via la tempesta che da tempo insiste su Appiano Gentile. Inutile sforzarsi, quel giocatore non c’è. Cosa blocca l’esplosione e l’affermazione di quelli che sarebbero ottimi giocatori da qualunque altra parte, nel contesto Inter? Perché vestire la maglia nerazzurra è così complicato? Prima di parlare di acquisti, obiettivi, strategie, fair play finanziario, Champions League, stadio di proprietà e via dicendo, Erik Thohir dovrebbe pensare a risolvere l’eterno dilemma che attanaglia la sua nuova creatura.

Ranocchia rappresenta solo l’ennesimo caso e il suo errore, prima che esclusivamente tecnico, è figlio dell’incertezza che regna sovrana in casa Inter. Capitano in trincea di un gruppo sull’orlo di una crisi di nervi.

SHARE