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masiello

Non ti curar di loro, ma guarda e passa…“. Citare uno dei versi più celebri della Divina Commedia di Dante Alighieri (terzo canto dell’Inferno, per gli amanti del genere), è quanto di più appropriato per celebrare il ritorno in campo da titolare di uno dei calciatori italiani più discussi degli ultimi anni, Andrea Masiello. Dove il “loro” dantesco, sta per “lui“, in questo caso. Lui, Andrea Masiello appunto, divide l’opinione pubblica soprattutto calcistica da ormai 3 anni, da quando cioè aveva disputato la sua ultima gara ufficiale in serie A prima di essere coinvolto nello scandalo del calcioscommesse.

Sono passati tre lunghi anni dalla decisione dell’Atalanta di sospenderlo precauzionalmente dopo la partita di campionato con la Lazio, quella che poteva essere la sua ultima da calciatore professionista. Ieri il pm di Cremona, Roberto Di Martino, ha notificato la chiusura delle indagini sullo scandalo che ha travolto il mondo del pallone; tra i nomi eccellenti, anche quello del tecnico dell’Atalanta, Stefano Colantuono ( a cui è stata contestata la frode sportiva), proprio colui che domenica ha schierato dal 1′, quello che secondo la Procura di Bari era stato all’epoca dei fatti, “il leader indiscusso e capo carismatico dell’organizzazione“. Un cerchio si è chiuso, proprio mentre un altro capitolo del libro della vergogna, sembra sul punto di cominciare. Indifferenza e indignazione, ma anche rabbia nel vedere di nuovo su un campo di calcio, un personaggio come Masiello: era giusto concedergli un’altra opportunità, oppure sarebbe stato meglio adottare per lui pene più severe?

Il dibattito è aperto, con i tifosi quasi tutti unanimi nel condannare il suo ritorno, e che lo avevano pesantemente insultato domenica scorsa a Bergamo durante il riscaldamento. Lui appare sereno ed è pronto, grazie all’Atalanta, a giocarsi nuovamente la sua chance di riscossa, testa bassa e tanto lavoro, per espiare le sue colpe. Una squalifica di due anni e mezzo alle spalle e ancora una carriera davanti, nonostante tutto. Una carriera interrotta e buttata via troppo presto, proprio quando per lui sembravano potersi spalancare le porte del grande calcio, con addosso gli occhi dei maggiori club italiani e di Cesare Prandelli, allora ct azzurro, che i ben informati volevano pronto a convocare in Nazionale. Del resto, Masiello, bravo lo era per davvero e lo ha dimostrato contro la Fiorentina; proprio la squadra a cui, sempre in maglia atalantina, aveva segnato il suo ultimo gol in A (dicembre 2011). Terzino destro, come allora, a presidiare la sua zone di competenza, senza spingersi in avanti (non è il suo mestiere), qualche buon recupero e una forma comunque da ritrovare. Nonostante tutto, per Colantuonose torna quello di tre anni fa, è indubbiamente uno dei titolari, e può darci una grossa mano nella corsa salvezza“; “è il nostro terzo colpo di mercato a gennaio, dopo Pinilla e Emenuelson“, gli fa eco Pierpaolo Marino.

L’Atalanta non lo ha abbandonato, il mondo del calcio lo ha riaccolto in maniera distaccata, senza curarsi di lui più di tanto, con indifferenza appunto, forse troppa. Un ambiente da sempre contraddittorio, che Dino Zoff nel suo libro, ha descritto così: “L’ambiente è pronto a perdonare qualsiasi reato, colpa o vizio, a patto, però, che tutto rimanga all’interno, che tutto venga processato e metabolizzato dai suoi organi interni. Puoi corrompere arbitri, vendere partite, insultare, picchiare, commettere qualunque nefandezza, ma finchè ti dimostrerai pronto a restare all’interno del sistema, finchè sarai disposto a celebrare i suoi riti. Allora potrai contare sull’assoluzione, o quantomeno, sulla clemenza della corte. E un posto per te, da qualche parte, si troverà sempre“.

Parole forti e quantomai attuali, quasi profetiche, se rapportate al caso di Andrea Masiello: calciatore di belle speranze e rosee prospettive, ex regista occulto di partite truccate, a cui adesso viene concessa la possibilità di riscattarsi, sperando di poterlo tornare a giudicare solo per quanto fatto in campo. A metà tra indifferenza e rabbia, tra accusatori e redentori, non curiamoci di lui ma lasciamo che sia il tempo a dire se ne valeva davvero la pena.

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