sabato, Gennaio 22, 2022

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Hervé Renard, la storia di Monsieur Coupe d’Afrique

Se c’è un torneo calcistico che è ancora pervaso da una buona dose di misticismo, di irrazionalità e di richiamo al fato questo è decisamente la Coppa d’Africa. Lo sa bene Hervé Renard, il c.t. della Costa d’Avorio vincitrice del torneo 2015,  primo allenatore ad alzare la Coppa con due nazionali differenti, capace di portare gli Elefanti alla vittoria dopo aver condotto alla medesima gloria lo Zambia nel 2012. Lo sapeva anche quando, dopo i 120′ minuti della finale contro il Ghana conclusa sullo 0-0, i suoi primi due calciatori presentatisi sul dischetto avevano fallito la trasformazione del rigore, permettendo alle Stelle Nere, che avevano invece segnato i primi due penalty, di andare ad un passo dal loro quinto successo continentale. Riguardando le immagini di quei concitati momenti si scorge Renard in piedi, appoggiato alla panchina, con tanto di posa da divo del cinema; si accarezza il ciuffo, ha un sorriso sornione come di colui che già sa che una finale di Coppa d’Africa non possa concludersi in una maniera così monotona. E infatti non si conclude così. Acquah sbaglia il terzo rigore per il Ghana, Acheampong il quarto mentre la Costa d’Avorio li segna entrambi; di nuovo pareggio, la lotteria va avanti. Alla fine ce ne vorranno 22 di tiri dagli 11 metri; gli ultimi, quelli decisivi, vedono protagonisti i due portieri: Barry para il destro di Rezak, si butta a terra, sembra essersi rotto una mano, si rialza, va sul dischetto, segna e riporta la Costa d’Avorio sul tetto del continente dopo 23 anni.

Hervè Renard, dalle origini allo Zambia

Oltre al 35enne portiere Boubacar Barry, che per l’intera batteria dei rigori ha inscenato uno show tutto suo con accenni di crampi, stiramenti e problemi di ogni sorta, l’altro eroe del successo ivoriano è proprio Hervé Renard, uno che nel continente nero hanno iniziato a chiamare Monsieur Coupe d’Afrique. 46 anni, nato ad Aix-le-Bains, Renard ha avuto da calciatore una carriera mediocre: Cannes, Stade de Vallauris e Dragugnain, non proprio l’élite del calcio francese. Il suo turning point personale gli capita quando la sua carriera da allenatore è già inziata da un paio di anni, nel 2002, anno in cui Claude Le Roy, vincitore anch’esso di una Coppa d’Africa alla guida del Camerun nel 1988, gli offre la possibilità di assisterlo al Guinzhou Rhene, club militante nel campionato cinese. In Cina Renard dura poco, presto se ne va prima per tentare l’avventura in Vietnam poi al Cambridge, senza grandi successi. Nel 2007, però, Le Roy viene chiamato alla guida del Ghana, Renard convocato come sue vice, e da lì parte la grande avventura con l’Africa.
Nel 2008 la prima esperienza come c.t. di una nazionale, lo Zambia. Renard inizia a fondersi con la mentalità del posto, capisce che l’errore classico dei tanti allenatori europei passati per le nazionali africane è stato il voler importare a tutti i costi dei metodi di lavoro che poco si integrano con il modo in cui il calcio, e forse tanto altro, è concepito in Africa. Lo dichiarava pochi giorni fa, Renard, nelle consuete conferenze stampa pre-finale: “Noi abbiamo un grande spirito di squadra ed è stato proprio questo che ho voluto creare in questo gruppo quando sono arrivato, un grande spirito di squadra. Il miglior esempio è stato lo Zambia. Ho sentito tante volte dire che lo Zambia vinse nel 2012 solo grazie alla fortuna ma non è vero. Con lo Zambia vincemmo perchè lavorammo sodo e costruimmo un grande spirito di squadra”.

Il successo con la Costa D’Avorio

Ed effettivamente fu così. Nel 2008 Renard porto i Chipolopolo (i “proiettili di rame”) ai quarti di finale e, nel 2012, all’insperata vittoria. La finale la vinse, guarda caso, contro la Costa d’Avorio, guarda caso ai rigori, per 9-8. E qui ritorna quell’alone di misticismo, di fato, che sopravvive solo in una competizione come la Coppa d’Africa.
Perchè Renard, al secondo rigore su due sbagliato dai suoi giocatori nella finale di domenica scorsa, deve aver pensato che se avesse in qualche modo influito per la seconda volta sulla sconfitta degli Ivoriani forse avrebbe fatto meglio a non fare ritorno ad Yamoussoukro. Poi però deve essergli tornato in mente che nel ’92, quando gli stessi Ivoriani colsero il loro primo successo continentale di fronte avevano proprio il Ghana, la partita si era protratta fino ai rigori dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari e, solo dopo 21 goal dal dischetto, gli Elefanti erano riusciti a spuntarla.
Renard deve aver pensato che troppe circostanze stavano indicandogli che quella partita non sarebbe finita in una maniera monotona. Poi Acquah si presenta sul dischetto, Barry para. E Renard comprende che quel sorriso sornione sul suo viso è pienamente giustificato.

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