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Dopo un avvio stentato, anche per le cessioni di Cerci ed Immobile, il Torino di Giampiero Ventura ha risalito la china ed è attualmente al settimo posto dopo un impressionante filotto di risultati utili consecutivi. Il tecnico dei granata è stato intervistato da La Gazzetta dello Sport e ha parlato di giovani, del difficile mestiere dell’allenatore e della necessità di fare tanta gavetta:

“Allenare una big? Mai dire mai. Mi piacerebbe sedere sulla panchina di una Nazionale. L’Italia sarebbe il massimo, credo di poter dare qualcosa di importante anche su questo fronte. Giovani? Vedo carenza di cultura sportiva un po’ ovunque, specie nei posti chiave. Sento parlare di programmazione, settori giovanili da rifondare: dibattiti che durano qualche giorno, poi tutto come prima. Mancano pazienza e coerenza. A livello giovanile non si dovrebbe prescindere dal gesto tecnico. Ai miei tempi ogni esercizio in allenamento tendeva alla cura del pallone. Non ha senso riempire di tattica la testa di un ragazzino, così come è assurdo andare a caccia del risultato nei vari campionati giovanili”.   

Ventura poi ha affrontato il problema dei tecnici senza gavetta e le sue occasioni mancate: “Non provo né rabbia né preoccupazione. Molti presidenti evidentemente non considerano decisivo il ruolo dell’allenatore. E sbagliano di grosso, soprattutto in presenza di una rosa da costruire o ricostruire sotto ogni punto di vista. Io sono però debitore verso tutto il mio staff, professionisti seri, eccezionali. A un presidente consiglierei il mio vice e il resto dei ragazzi che lavorano con me. Il treno mancato? Sono stato a un passo dalla Fiorentina, erano i tempi di Cecchi Gori e Sconcerti e negli stessi anni ci fu un interesse della Juve. Il grande rimpianto? Aver accettato la Sampdoria nel 1999, dopo un periodo bellissimo al Cagliari. Lo feci per affetto, per la mia città, non avrei dovuto, finì male: quella scelta mi precluse molte buone occasioni”.  

Infine Ventura ha ripercorso le esperienze di Pisa Bari: “A Pisa, quando passammo definitivamente al 4-2-4 avevamo la tribuna piena di addetti ai lavori che venivano a studiarci.  Quando ero a Bari Mourinho venne a farci i complimenti per quel 2-2 a Bari. E tempo dopo, alla Panchina d’oro, mi disse: ‘Se l’anno prossimo sarò ancora in Italia, voterò per te ‘. Parole sincere: eravamo lontani dalle telecamere“. Modelli e rapporto con Cairo? “Copiare è sbagliato, bisogna però sempre studiare e poi trovare la propria ispirazione. Faccio due nomi: Sacchi ha tracciato un solco; e innovativo fu anche il meno celebrato Delneri ai tempi del Chievo. Oggi Di Francesco sta proponendo qualcosa di interessante. All’estero mi piacerebbe guardare il lavoro di Guardiola. E credo che anche il Bruges sia un fenomeno da seguire. Con Cairo va molto bene, sempre meglio, è un rapporto che si consolida giorno dopo giorno. Mi piacerebbe dirigere un allenamento al Filadelfia, deve risorgere, è un pezzo di storia d’Italia. Rappresentò di fatto l’inizio concreto del riscatto anche internazionale del popolo italiano tutto, fiaccato e a tratti umiliato dalla guerra”.

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