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Carolina Hurricanes v New York Islanders

L’INSEGNAMENTO DEL DERBY Sampdoria e Genoa, nel derby della Lanterna giocato ieri, hanno messo in scena uno dei più begli spettacoli di questa Serie A, almeno nel primo tempo. Nonostante il tempo avverso ed il terreno pesante entrambe le formazioni si sono infatti affrontate nei primi 45 minuti di gioco con un ardore agonistico ed una velocità di gioco degni di campionati che, secondo l’opinione nazionalpopolare, sono di qualche spanna superiore al nostro e alla fine, complice la naturale flessione avuta nella ripresa da entrambe le squadre, le sole due reti segnate per l’1-1 finale rispettano comunque la parità nella creazione di occasioni periocolose (due per entrambe oltre le azioni dei goal).
Ciò che però è emerso dalla partita di ieri è la differente condizione mentale ed identitaria che sta caratterizzando le ultime settimane di doriani e rossoblu. Se è vero, infatti, che il pari è tutto sommato meritato, il Genoa si è comunque fatto più apprezzare della Samp in impostazione, mentalità e nel modo in cui ha aggredito la partita; i blucerchiati hanno il merito di averla pareggiata dopo soli 120 secondi dal vantaggio genoano, ma le uniche armi messe in mostra ieri sono l’estro di Eder e la compattezza muscolare del centrocampo. Il Grifone, in definitiva, si è dimostrato più squadra e tutto ciò ha del paradossale se pensiamo che, fino a due mesi fa, la Samp stava per chiudere un’ottimo girone d’andata apprestandosi anche a far la parte del leone nella finestra di mercato invernale mentre il Genoa si vedeva alle prese con importanti problemi di formazione soprattutto nel reparto avanzato, dopo aver venduto Pinilla nei primi giorni di mercato ed aver perso Matri per infortunio poco dopo. Come è dunque possibile che i ruoli tra Genoa e Samp si siano così presto invertiti?

I RIFLETTORI DELLA SAMP Gran parte del merito, anche se sarebbe più corretto dire demerito date le circostanze, dei recenti problemi doriani sta nel modo in cui la società ha gestito il mercato di riparazione. Lasciato partire Gabbiadini, che a Napoli sta dimostrando che tipo di giocatore sia, Ferrero e soci si sono buttati sul mercato senza avere in testa una vera e propria strategia; in definitiva, e coerentemente con quel paradigma di lucida follia che il presidentissimo doriano manifesta ogni qual volta si presenta dinnanzi un microfono, la Samp pare aver compiuto quello che in gergo un pò casereccio viene chiamato “passo più lungo della gamba”. Arrivato Muriel dall’Udinese, l’unico che sembra avere il reale endorsement di Mihajlovic, Bogliasco è diventata in fretta il set della telenovela Eto’o, il colpo a sorpresa del mercato di gennaio. Il camerunense ha portato con sè non solo il proprio estro, per altro tutto ancora da dimostrare in maglia blucerchiata, ma anche un fardello di riflettori e pagine patinate che mal si sposano con una piazza poco avvezza alle luci della ribalta, se non pienamente legittimata dai risultati sportivi. Se le imbarcate prese da inizio anno contro Lazio, Chievo e Torino (nel 2015 i punti finora conquistati sono 9 in 8 partite disputate) non si possano certamente attribuire solamente alle strategie societarie, certo è che l’ambiente possa comunque aver risentito di un’esposizione mediatica incentrata sulla figura di Eto’o, e dei relativi presunti problemi che quasi ogni giorno vengono fuori con Mihajlovic. Il paradosso della Samp è tutto qui: arrivata mediante lavoro e sudore ad essere, a fine 2014, una delle più belle favole di questa stagione ora pare aver dimenticato l’insegnamento. Il rischio è quello di scontrarsi contro le sue stesse voglie di affettata grandezza.

IL LAVORO DEL GENOA Tutto il contrario di quanto accaduto invece in casa Genoa. Gasperini, negli ultimi mesi, ha dimostrato di saper compattare un ambiente che avrebbe potuto mal digerire l’importanza acquisita dai “cugini” a livello di media nazionali. La strategia è stata semplice e redditizia: buttarsi sul campo, costruire una squadra coesa e provare a lanciare nella mischia qualche giovane di belle speranze. Iago Falque è quello che forse ha dimostrato di sapersi più calare in una realtà importante come la Serie A, diventando presto titolare nel tridente offensivo, mentre Lestienne ed Izzo, entrambi classe 92′, hanno comunque dato il loro apporto quando chiamati in causa. Davanti il Grifone avrebbe potuto trovarsi spiazzato quando, ad inizio gennaio, sono partiti sia Pinilla che Matri: la decisione di andare su Niang si è però rivelata azzecatissima ed il francese, oltre alle prime reti in rossoblu, sta finora dimostrando che può tranquillamente sobbarcarsi il ruolo di 9. Gasperini e la società, in definitiva, hanno dimostrato quale sia la ricetta per costruire un’ottima squadra di metà classifica con velleità di Europa: spegnere i riflettori e compattare l’ambiente.

 

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