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Otto mesi e 26 giorni, questo ad ora è il conteggio dell’era Inzaghi come allenatore del Milan. Se è vero che ad inizio stagione, tra mille fasti veneranti alle prime vittorie, seppur a stento, si sono sprecate parole al miele subito squagliatesi al sole dinanzi ai primi stop, ci si è sempre proposti in maniera “garantista” nei confronti di SuperPippo, vuoi per storia, come cancellare dagli occhi dei tifosi e amanti del calcio quelle corse “sguaiate” dopo i gol, vuoi per simpatia ripensando a quella rete al Mondiale 2006 con Barone intento a inseguire proprio quella punta che, con fare goliardico tipicamente italiano, non gli avrebbe mai passato il pallone. Ecco adesso, ben 266 giorni dopo l’insediamento di Inzaghi sulla panchina del Milan potrebbe essere il momento di “guardare in bocca” al “cavallo donato” dalla dirigenza rossonera al proprio tifo.

INZAGHI E LA TATTICA Pressoché assente, il tecnico del Milan non è di certo un mago della strategia di gioco, la manovra del Diavolo è molto lenta e prevedibile e finisce quasi sempre per svilupparsi sulle giocate dei singoli. La pecca di non riuscire a costruire gioco a partire dalla difesa è un male che si irradia da dietro e coinvolge tutti quanti, i centrali di difesa dei rossoneri non sono infatti dotati di qualità tecniche spiccate capaci di anteporre al pressing avversario il giusto palleggio al fine di uscire da situazioni di gioco scottanti, gli esterni in tal senso non aiutano, Bonera e Antonelli sono validissimi comprimari capaci di sgroppate palla al piede e niente più, alla faccia dei soprannomi affibbiategli da Pellegatti and friends, Montagna di luce e Bucefalo vedrebbero, o hanno visto, la panchina nel Milan dei bei vecchi tempi andati, quello appunto in cui era solito giocare proprio Pippo Inzaghi. Il centrocampo non è da meno, De Jong l’unico esente da colpe, capace cioè di “cantare e portare la croce”  gli altri sonnecchiano di brutto, a metà tra la scarsa vena atletica di un Montolivo sempre più in bilico dal punto di vista fisico, fino alle carenze tecniche di un Poli che si elevato dalla mediocrità solo a tratti in questa annata di Serie A. Davanti il troppo stroppia, la società in tal senso c’ha messo una buona mano, ed Inzaghi si è ritrovato ad essere un collezionista di figurine quanto un vero e proprio allenatore e selezionatore con tutti gli annessi e connessi del caso, tra un Torres che se ne va e rinasce, un Niang che taglia la corda per esplodere altrove c’è il tempo per assicurarsi Cerci “cavallo di ritorno” della massima serie nostrana più simile ad un caso che al prospetto interessante rivitalizzato da Ventura. Esentiamo Destro dalla conta solo per un discorso temporale, del resto quando si passa dall’esser riforniti da Totti e Gervinho ai soli lanci di Antonelli e Diego Lopez di certo non si finisce per fare bella figura.

INZAGHI E IL GIOCO Manca tremendamente al Milan il gioco di squadra, lo si è visto contro il Chievo dove la cerniera di centrocampo dei clivensi ha fatto filtro come mai in questo campionato, poco palleggio e altrettanti movimenti senza palla, il risultato si legge a caratteri cubitali nel risultato, scialbo, di una partita che ha visto i rossoneri rischiare contro una formazione intenzionata a salvarsi o, perlomeno, a lottare fino alla fine della stagione. Eppure sono almeno un paio d’anni che in molti notano le difficoltà di gioco dei rossoneri, a dire il vero già dai tempi di Allegri ma allora Ibra e Pato ci misero una pezza delle loro, poi fu Balotelli e i famosi rigori ad agire da “arma di distrazione di massa”; adesso che il tempo è passato, la qualità pure, l’ingovernabilità del calcio si è fatta sentenza implacabile capace di mangiarsi tutto e tutti, da Galliani fino ad Inzaghi passando per lo stesso Berlusconi che ha messo in dubbio il suo amore per quel club che tanto in alto ha portato in passato. Nel mezzo ci sono i tifosi e la loro tristezza, a nulla valgono gli slogan “Puntiamo sui giovani” e ancora “Siamo il Milan, puntiamo alla Champions” dogmi di fede insindacabili che nessuno si affanna a realizzare salvo poi vederli, anzi sentirli, avverare sui giornali o in televisione. Oltre il danno la beffa. Inzaghi si deve mettere in testa che per ricercare la vittoria bisogna prima trovare il gioco, prendendosi non pochi rischi e magari perdendo anche qualche partita, nel mezzo mettendoci anche la propria faccia soprattutto per quanto riguarda la tenuta psicologica di alcuni giocatori, non un caso che Cerci sia già sul piede di guerra dopo appena un mese a Milanello. La ricetta è quella di ripartire dal basso, giocando con umiltà e dedizione, soprattutto creando il gruppo squadra, quello intravisto nella pubblicità della Nivea assente però in mezzo al campo, dimenticandosi la classifica e guardando 90 minuti alla volta, consapevoli che anche quest’anno sarà doccia fredda in fondo alla stagione.

 

Stefano Mastini

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