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La Serie A vede rosso. Il massimo campionato italiano fa registrare un aumento dei debiti da 1,6 a 1,7 miliardi di euro, con il fatturato derivante da diverse fonti di introito in calo. I proventi derivanti dal merchandising, dal botteghino e da altri fattori sono scesi ed i club nostrani si attaccano sempre più alla borsa dei diritti tv, mai come oggi causa primaria di guadagno per il mondo del calcio.

SENZA SOLDI – Fa specie sentire che l’industria calcio non produce più soldi, soprattutto considerando che la crisi dell’economia mondiale che va avanti ormai da almeno cinque anni non ha scalfito più di tanto il mondo del pallone, eppure bilanci in passivo, fallimenti di club (qualcuno ha detto Parma?) ed altre situazioni di criticità sono ormai all’ordine del giorno. Preoccupa soprattutto il dato snocciolato da “La Gazzetta dello Sport” in edicola oggi che in una sua inchiesta dedicata scrive di come il debito complessivo della Serie A sia aumentato del 27% in cinque anni, passando da 1 mld e 350 mln di euro del 2009/2010 al miliardo e 715 mln odierno.

CHE INGEGNO – In queste condizioni le società con i debiti più alti come Inter e Roma hanno pensato bene di effettuare escamotages legali e voli pindarici per far fronte al rosso in bilancio che tra l’altro sta attirando su di loro anche la scure della UEFA in materia di fair play finanziario: nerazzurri e giallorossi hanno in pratica “internazionalizzato” il proprio passivo chiamando in causa le banche e gli istituti di credito come l’americano Goldman Sachs, ottenendo in prestito rispettivamente 230 e 175 milioni di euro, soldi che almeno sulla carta dovrebbero servire per dare vita ad investimenti capaci di dare luogo a dei rientri nel medio periodo, come fa da qualche anno la Juventus grazie al suo Stadium.

VALERE POCO – La situazione economica della Serie A comunque ha finito con lo svilire il valore complessivo delle squadre di calcio, che valgono poco se rapportate ai colossi esteri come Barcellona, Real Madrid, PSG, Bayern Monaco, Chelsea e le due di Manchester. Esempi significativi sono la Sampdoria, “regalata” a costo zero dalla famiglia Garrone a Massimo Ferrero (anche se con una situazione debitoria in corso) e lo stesso Parma, passato di mano da Ghirardi a Taci e poi Manenti come una merendina.

POCHI VIRTUOSI – In totale sulle venti squadre di Serie A oltre la metà (dodici) risultano essere in deficit. Tra le eccezioni più liete ci sono il Napoli (+20,2 mln), la Lazio (+7,1) ed il Verona (+5,3). Altri club come Milan ed Inter stanno provando a ridurre drasticamente i propri costi e puntano a rinforzare il proprio brand in nuovi e più proficui mercati, soprattutto in Asia, come dimostrano nuove partnership commerciali e tournée programmate da quelle parti. Sul piano oggettivo balza all’occhio invece l’elevato numero di tesserati con relativi alti ingaggi a cui i club devono far fronte, in questo senso ci vorrebbero provvedimenti dalla FIGC come ad esempio l’introduzione di un tetto massimo da imporre alle rose, magari con incentivi pesanti a favore dei settori giovanili.

NON SPEGNERE LA TV – Chiudiamo infine ancora con i numeri: senza televisioni la Serie A sparirebbe: ben il 58% degli incassi totali giunge da Sky e Mediaset oltre che dalla UEFA, se si prendono in considerazioni le competizioni europee. In soldoni si tratta di 1.016 mln di euro. Attività commerciali come la vendita di maglie ed altro materiale con il proprio brand oppure gli incassi al botteghino incidono molto poco, rispettivamente per il 20 e 11%. Gli interventi da intraprendere sono i soliti, quelli dei quali si parla da anni ma che faticano a decollare dalle nostre parti, speriamo solo che non serva affogare ancora di più nei debiti per accorgercene.

 

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