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C’è stato un tempo in cui in Germania non era così scontato vedere il Bayern Monaco in testa alla classifica, in cui ogni anno poteva essere la stagione buona per una nuova squadra,  in cui anche compagini come il Wolfsburg, il Kaiserslautern o lo Stoccarda potevano dire la loro. Tra un Bayern ed un Borussia Dortmund, agli inizi degli anni 2000 e per circa 14 anni è stata costruita una squadra che ha fatto parlare di sé non solo in Germania, ma anche in Europa: il Werder Brema di Ailton e Klose, di Micoud e Diego, di Frings ed Ozil. In tanti hanno vestito la maglia bianco-verde, ma soltanto una persona è rimasta al suo posto continuando a convincere nel presente e costruire per il futuro: Thomas Schaaf, lo Zeman tedesco che ha saputo divertire e allo stesso tempo, vincere. Dopo aver lasciato la squadra di una vita, ora è ripartito per una nuova avventura e, anche nel nuovo porto, ha da subito iniziato a lasciare il segno.

UNA VITA IN BIANCOVERDE – Brema è stata e sarà sempre la sua casa. Come pensare altrimenti dopo 39 anni passati difendendo gli stessi colori, esultando con la stessa tifoseria e portando alta la bandiera della stessa città. Schaaf è cresciuto nel Werder come uomo e come professionista, evolvendosi da arcigno difensore ad allenatore visionario, fautore di un calcio estremo e rischioso ma ma allo stesso tempo ambizioso, divertente e soprattutto vincente. Con gli scarpini ai piedi Schaaf ha da subito capito cosa vuol dire vincere: due campionati, due coppe di Germania, tre supercoppe e, soprattutto, la Coppa delle Coppe del 1991/92 vinta in finale contro il Monaco. Appesi gli scarpini al chiodo ovviamente il Werder continua ad essere la priorità, portandolo a rimanere nell’ambiente ed allenare dapprima le giovanili e poi la seconda squadra, ma il destino sta per dargli la chance di continuare ciò che aveva iniziato da calciatore. Dopo i periodi floridi dell’era Rehhagel (proprio l’eroe che portò la Grecia sul tetto d’Europa nel 2004), il Werder vive una successione travagliata, con un Magath che nel 1999 porta la squadra a navigare in acque non proprio felici. La scelta della società cade dunque sul giovane Schaaf, a cui basta poco per ricambiare la fiducia ricevuta: vittoria in Coppa di Germania contro il Bayern Monaco e salvezza tranquilla, cosa a cui in pochi credevano a quel punto della stagione.

VENGHINO SIGNORI – Schaaf ha in mente un calcio diverso, costruito per offendere pur rischiando qualcosa di più in difesa. Parlare di “basta farne uno in più dell’avversario” non è poi così banale, ma la ricerca del gol nella sua squadra avviene sempre in maniera pulita e divertente, realizzata per intrattenere tanto chi gioca quanto chi osserva. Questa sua rivoluzionaria visione non rimane soltanto sulla carta, ma si concretizza in vittorie sul campo che fanno del Werder una delle squadre di cui si parla in tutta Europa. Dopo anni di lavoro nel 2002/2003 arriva la doppietta in campionato e Coppa di Germania, con la soddisfazione di vedere in testa alla classifica dei cannonieri il brasiliano Ailton, autore di ben 28 reti. Da quel momento il Werder si conferma costantemente tra le top di Germania, venendo eliminato per due volte agli ottavi di Champions ma raggiungendo la finale di Coppa Uefa nel 2006/2007, persa per 2-1 ai supplementari contro lo Shakhtar Donetsk. Nel mentre Schaaf lancia un altro giovane attaccante, diventato capocannoniere nel 2005-2006 e capace di trascinare la sua squadra al secondo posto con i suoi 25 gol: Miroslav Klose. Man mano però i campioni lanciati dal tecnico lasciano la squadra, portando il Werder a continue rivoluzioni e facendo perdere la continuità che ne aveva fatto una squadra così temibile: ciò accade con la cessione di Diego nel 2009/2010 e con quella di Ozil nel 2010-2011. Nonostante tutto nel 2009 arriva un’altra coppa di Germania, ma dopo le cessioni illustri Schaaf non riesce più a competere per la zona alta della classifica arrivando a decidere, in maniera soffertissima, di lasciare il club alla fine del 2013.

L’EREDITA’ DI SCHAAF – Come spesso accade dopo un doloroso addio, è difficile per chi subentra dare subito il meglio ed il caso di Dutt è calzante alla questione. La squadra ha bisogno di una nuova linfa ed una nuova idea di gioco, ma l’eredità di Schaaf è pesante ed il pazzo Werder, dalla difesa ballerina ma dal gioco spettacolare, si fa notare principalmente per la prima delle due caratteristiche. L’attacco è spento e, senza i gol, i buchi in difesa diventano un problema irrimediabile. Dell’eredità di Schaaf sembra essere rimasto soltanto il peggio, ma per risollevare l’ambiente la società pesca ancora bene: tocca a Skripnik, difensore del Werder ai tempi dei primi anni di Schaaf allenatore. La storia della squadra di Brema è dunque ancora legata indissolubilmente al suo passato, e l’ucraino riesce in qualche modo a riproporre un sistema Schaaf 2.0. La coppia Selke/ Di Santo assicura i gol che servono per potersi permettere una pazza difesa che, però, grazie alla cura e alla disciplina di Skripnik diventa più attenta e solida. Ecco la ricetta per la rinascita ed ecco il nuovo corso che, iniziato con una squadra in zona retrocessione, potrebbe ricalcare le orme del sentiero solcato dal vecchio maestro.

UNA NUOVA AVVENTURA – Mentre il Werder galleggia con l’acqua alla gola, il vecchio maestro ha deciso di ripartire altrove. A credere in lui è l’Eintracht Francoforte, in cui Schaaf vede le pedine giuste per creare un nuovo miracolo a sua immagine e somiglianza. Il progetto è soltanto agli inizi ma già si vedono i primi segnali di una “Schaafizzazione” completa della squadra: giovani campioni in rampa di lancio (Seferovic e Piazon), un capitano trascinatore (Meier) e la seconda peggiore difesa del campionato (guarda caso, dopo il Werder Brema). Alla guida delle Aquile di Francoforte, Schaaf ha raggiunto l’ennesimo traguardo della sua carriera: quello delle 500 panchine in Bundes, raggiungendo nomi storici come Otto Rehhagel (832), Jupp Heynckes (642 partite), Erich Ribbeck (569) e Udo Lattek (522). Ad omaggiarlo per questo suo record è stato proprio uno dei “senatori” di questo ristretto club, Jupp Heynkes, che ha detto di lui :” Come persona Thomas è sempre stato onesto, autentico e corretto. Come allenatore è assolutamente professionale e pragmatico. Per me è uno dei migliori allenatori in Bundes e l’ho sempre considerato un grandissimo collega”.  A soli 54 anni, Thomas Schaaf ha ancora tantissimo da dire al calcio tedesco e quello internazionale, continuando sulla sua strada di innovazione iniziata nella sua casa e che ora non si pone più alcun tipo di confine.

 

 

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